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sabato 22 marzo 2014

Altro che quote rose, è democrazia paritaria



Altro che quote rose, è democrazia paritaria (Unità del 18 marzo 2014)
Francesca Izzo


E’ accaduto con la parola “femminicidio”: al principio c’era una resistenza fortissima ad usarla perché brutta e urticante, ma poi l’ha spuntata perché è l’unico termine appropriato per denotare l’uccisione di una donna solo perché è donna. Quando con una grande campagna di informazione si è chiarito che mariti, fidanzati, conoscenti le uccidono perché, aspettandosi acquiescenza e subordinazione, non riescono invece a tollerare la loro libertà e il loro rifiuto, allora il termine è diventato di uso corrente. Ecco ora siamo alle prese con un’analoga situazione, forse ancora più difficile. L’espressione che deve entrare nell’uso comune è “democrazia paritaria” ma deve combattere per affermarsi contro quella semplice e diffusa di “quote rosa”. In questi giorni di quote rose se ne è scritto e detto a destra e manca per raccontare dell’iniziativa di un consistente numero di deputate di inserire nella nuova legge elettorale il principio della parità. Chi si è dichiarato a favore chi contro, ma tranne pochissime eccezioni, tutti a parlare di quote rosa. Appena qualche giorno fa, ad esempio, Gian Antonio Stella ne ha sostenuto la necessaria e temporanea introduzione per vincere uno storico gap. Invece una platea vasta, arringata a sorpresa ieri sera a Che tempo che fa da una Luciana Littizzetto antiquote, è duramente contraria perché respinge le tutele, vuole il merito e non i recinti protetti. Soprattutto le giovani donne si mostrano ostili: hanno misurato a scuola, negli studi, nei concorsi il loro valore e sanno di poter competere alla pari con i loro coetanei e quindi non vogliono essere ricacciate nel ghetto degli svantaggiati, di quote infatti si parla per chi ha degli handicap, per le minoranze … Hanno pienamente ragione: le donne non sono una minoranza e per giunta oggi le giovani donne sono forti, preparate e competitive, altro che svantaggiate. E allora? Il fatto è che le parole sono le cose e usare la parola quota per indicare qualcosa di diverso produce terribili fraintendimenti. Democrazia paritaria è l’espressione adeguata. Adeguata ad indicare che la rappresentanza del popolo (quella che con il voto eleggiamo in parlamento), per essere democratica e non “oligarchica”, deve dare “rappresentazione” del dato basilare che il popolo è fatto per metà da uomini e per metà da donne e che quindi la composizione parlamentare deve essere paritaria. I criteri con i quali vengono scelti i rappresentanti, cioè i famosi merito, qualità e competenza dei candidati riguardano in egual misura sia gli uomini che le donne e prescindono dalla regola paritaria, a meno che non si pensi che merito, qualità e competenza abbondino tra gli uomini e scarseggino tanto drammaticamente tra le donne da dover ricorrere a sciocche incompetenti per rispettarla. La democrazia paritaria non configura alcuna concessione, alcun regalo o tutela, è la semplice presa d’atto (frutto però di un’epocale rivoluzione culturale e politica) che il popolo sovrano è fatto di uomini e donne e non è una nozione neutra, indistinta. E’ stata quella nozione neutra a consentire, anche nella storia repubblicana, di considerare “normale” che la rappresentanza fosse monopolizzata dagli uomini e che la presenza delle donne fosse un’anomalia, un’eccezione da giustificare con meriti altrettanto eccezionali. Questa visione, diffusa ancora oggi, è l’eredità di un lungo passato che non vuole passare, nel quale la politica era per definizione cosa esclusivamente di uomini e alle donne era vietato, proibito di occuparsene e qualcuna, per sfidare il divieto, ci ha rimesso pure la testa. La democrazia paritaria è il compimento della democrazia, perché porta a compimento l’inclusione delle donne nella polis. E fa anche un’altra cosa non meno rilevante: sottrae all’arbitrio o alla “generosità” degli uomini che ne detengono le chiavi una parte del potere di decidere, rendendo più libere le donne.
Non si chiedono meriti o medaglie speciali alle donne per entrare nella cittadella della rappresentanza,né ci aspettiamo azioni miracolistiche dalla loro presenza. Ma credo sia chiaro a tutti che una rappresentanza popolare composta per metà da donne cambiamenti nella concezione e nella concreta azione politica li produce e sicuramente in meglio, vista la crisi drammatica di credibilità e di fiducia delle istituzioni rappresentative.

venerdì 11 ottobre 2013

Un nuovo modello di sviluppo scritto dalle donne


DONNE IN PIAZZA: 'SE NON ORA QUANDO', RIPRENDIAMOCI POLITICA di Vanna Palumbo – da Giulia.globalist.it 6 ottobre 2013
La Costituzione parla delle donne: ma non è questo il tempo di chiederne il pieno adempimento? Il tempo di riscrivere le regole della vita sociale
Partiamo dal cuore del problema: una nuova strategia di riconoscimento del ruolo, della dignità, del diritto ad una cittadinanza piena delle donne deve forse passare per quella ‘Rimozione degli ostacoli’ che la nostra Costituzione evoca all’articolo 3.
Lo stesso con cui la Carta fondamentale sancisce il principio d’uguaglianza, il più celebrato dei suoi articoli. Ma per una volta, non il suo primo comma, che stabilendo il principio di uguaglianza formale, rimane il più invocato dai cittadini ed il riferimento costante degli uomini di legge.
Rimuovere gli ostacoli è il dovere che alle istituzioni viene assegnato dal Costituente nel secondo comma: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Non parla solo di noi, delle donne. Ma certamente parla anche di noi. Di quella sorta di occulta segregazione in cui siamo ancor più scivolate negli anni bui di questa nostra seconda Repubblica.
Può essere allora questo il faro che fuga le ombre che avvolgono le politiche women oriented, ammantate da quel politically correct che ha ammesso il solo strumento delle pari opportunità? Può essere questa la bussola per orientare la lunga, ininterrotta marcia dei movimenti vecchi e nuovi verso più avanzati traguardi di parità sostanziale sul modello europeo?
Se questo è il compito della Repubblica nata nel ’48 e dovere delle sue istituzioni, se lo è ancora nel terzo millennio, è diritto prima di ogni altro delle donne stesse, di tutte le donne, sollecitarne l’adempimento.
Di quante a partire si ritrovano a Paestum per ragionare della ‘Rivoluzione necessaria’ , di quante il 26 del mese saranno a Roma per l’Assemblea generale di Se non ora, quando?, delle donne delle associazioni.
E se la prospettiva d’inversione del lungo e critico ciclo economico che ha minato la coesione del Paese fosse reale, se nel futuro prossimo si potesse motivatamente nutrire fiducia nella ripresa di un processo di sviluppo prima di tutto civile, se risultassero credibili le previsioni degli analisti che la fine della congiuntura economica peggiore del mondo postmodermo non lascerà le cose come stanno, non dovremmo anche noi donne interrogarci su come debba trasformarsi questo Paese perché diventi anche finalmente un paese per donne?
Pensare a quale modello di sviluppo, maturare una nuova idea di società, ragionare su una più umana qualità della convivenza civile, su come riscrivere un nuovo patto fra generazioni, fra uomini e donne, fra garantiti e non, fra inclusi ed esclusi, fra cittadini e quanto tali non sono riconosciuti?
Se la risposta è sì, gioverà che ogni segmento del movimento delle donne ridisegni un suo particulare progetto? O non è forse più produttivo che, superando sterili antagonismi, separatismi datati, esaltazioni di differenze quando non parossistiche ricerche e rivendicazioni identitarie, le donne scommettano sulla propria prorompente potenziale forza di cambiamento per spingere nella direzione voluta?
Le donne e le loro forme aggregate producono giornalmente una encomiabile mole di elaborazioni, di pensiero critico, di analisi raffinate e di proposte concrete. Ma, ammettiamolo, con scarsa incidenza sul pesante gender gap che rifila all’Italia la coda di qualunque classifica e senza sortire l’effetto di rimuovere gli ostacoli alla loro effettiva partecipazione alla vita politica e sociale del Paese, e, dunque, alle scelte fondamentali.
Il volto del Paese deve cambiare profondamente, ce lo diciamo ogni giorno, e questa mutazione non potrà aver luogo senza di noi! Ma dobbiamo volerlo. Proprio come avvenne nel fortunati anni ’70, la stagione del più lucido e coraggioso protagonismo delle donne che sul piano dei diritti politici, civili, sociali e della famiglia ha cambiato l’identità della nazione.
Se le donne fossero unite, se le donne potessero misurare in un progetto comune, rivoluzionario la potenza della loro creatività, se le donne riuscissero a percepirsi, pur nella pluralità e nel valore delle differenze, come una comunità non riconosciuta, quando non negata…
Se le Donne con la D, le Donne che marciano in gruppi, in associazioni, in movimenti, spingendo o trainando tutte a non avere paura, a rivendicare la propria soggettività, a farsi riconoscere, quelle Donne che parlano di noi e per noi….
Ecco: se quelle Donne scegliessero di rimuovere l’ostacolo autoimposto della loro frammentazione e si sfidassero per progettare insieme quella democrazia matura, inclusiva, giusta che dovrà delinearsi una volta dissolto l’incubo della crisi economica, evolutasi nel frattempo in crisi democratica e civile, allora la parola cambiamento si potrà spendere in tutta onestà.
All’appello simbolico delle giovani generazioni, la cui prevalente distanza dai movimenti costituisce quel limite alla naturale staffetta dell’impegno femminista, verso quelle ragazze che oggi non pongono domande sull’identità di genere ma che si proiettano preoccupate nel loro futuro di adulte, potremmo non avere alibi. Potremmo dover rendere conto della nostra credibilità e della miopia politica, di non aver saputo cogliere l’occasione della trasformazione. Perchè divise, troppo divise!
La contaminazione è possibile, urgente, si può sperimentare con l’espressione originale di un modo libero di guardare al futuro, di cercare il futuro, di costruire una visione. In un work in progress che non è vergare insieme pagine bianche con parole che appaghino il desiderio della trasformazione. Ma un’idea forte, irresistibile che faccia da sfondo e che si irradi in un protagonismo fresco, coraggioso, solidale delle donne, nelle loro elaborazioni, nella loro iniziativa politica e culturale.
E se, sorprendendoci e rivoluzionando ogni cosa dell’umana vita, è papa Francesco a voler esaltare nella Chiesa “la donna e la sua dignità”, lasciamoci stupire anche da noi stesse e, nel rispetto delle nostre diversità, inauguriamo un nuovo inizio. Proviamoci, gioiosamente, come ci piace. È proprio nell’Elegia della Gioia infatti che Muriel Rukeyser incoraggia: “bisogna curare gli inizi, coltivarli. Perchè non tutte le cose sono sacre, ma i semi di ogni cosa lo sono”.

giovedì 12 settembre 2013

La viceministra Maria Cecilia Guerra parla all'Huffington Post: "Ecco quali cambiamenti vorrei introdurre"



Laura Eduati, L'Huffington Post  |  Pubblicato: 11/09/2013 
Non avrebbe potuto avvicinarsi all'ex fidanzata e invece, noncurante del decreto di allontanamento, un ventisettenne ha tentato di far esplodere l'appartamento della donna che lo aveva lasciato. Il caso di violenza di genere accaduto oggi a Civitavecchia sembra dare forza alle argomentazioni, espresse con forza dalle associazioni di settore, secondo le quali il decreto femminicidio ora in esame alla Commissione giustizia della Camera è insufficiente a contrastare gli abusi nei confronti delle donne e, come ha espresso Snoq, “riduce la violenza sulle donne a un problema di ordine pubblico”. Secondo l'Associazione nazionale magistrati, che ricalca il parere negativo dei penalisti, è addirittura “incoerente con il sistema penale”.
Questo tiro al piccione contro un decreto fortemente voluto da Enrico Letta non piace per nulla a colei che ha preso in mano le redini del Dipartimento per le Pari Opportunità, la viceministra al welfare Maria Cecilia Guerra. Finora rimasta in silenzio a studiare le deleghe ricevute dopo le dimissioni di Josefa Idem, ora vuole far sentire la propria voce: “Sono sul fronte insieme con coloro che vogliono combattere la violenza di genere e voglio centri antiviolenza in tutta Italia. Se il dl femminicidio presenta incongruenze, si può cambiare”. E anticipa il contenuto degli emendamenti che vuole presentare: “Nessun affidamento dei figli agli uomini che si sono macchiati di violenza di genere”. Mentre sul sessismo dei media ha un'idea precisa: “Rivedere la conduzione dei programmi televisivi: troppi uomini”.
Viceministra Guerra, secondo i suoi detrattori il dl femminicidio punta soltanto sulla repressione penale e non sulla prevenzione della violenza contro le donne. Cosa risponde?
Il decreto è aperto a cambiamenti e miglioramenti, e se vi sono incongruenze naturalmente potranno essere corrette in Parlamento. Si tratta di un primo importante intervento governativo e spero non rimarrà l'unico. Per questo invito a considerare i suoi innegabili aspetti positivi: per esempio per la prima volta nell'ordinamento italiano si introduce la definizione della violenza di genere secondo le indicazioni della Convenzione di Istanbul.
Molti lo leggono però come “poliziesco” e dunque inadatto a comprendere un fenomeno soprattutto culturale.
A coloro che pensano che contenga soprattutto un aspetto repressivo rispondo che invece la maggioranza delle disposizioni riguardano la prevenzione: la possibilità di arresto in flagranza per gli stalker, l'allontanamento immediato dall'abitazione della persona accusata di maltrattamenti, l'obbligo di avvisare sull'andamento del processo la vittima che ha denunciato affinché possa prendere contromisure legali o di sicurezza, ecco, tutte queste misure tendono a tutelare le donne prima che accada qualcosa di irreparabile.
Eppure, come nel caso di Civitavecchia, un ordine di allontanamento può essere facilmente eluso. Cosa ne pensa?
Il limite tra situazione di rischio e situazione fuori controllo è molto difficile da tracciare all'interno della violenza di genere ma sono convinta che il dl femminicidio aiuterà maggiormente le vittime grazie alle misure che ho appena elencato. Per esempio la possibilità di revocare il porto d'armi ad uno stalker è sicuramente positiva. Così come è positiva l'introduzione nel codice di procedura penale dell'obbligo di avvisare la denunciante quando il violento esce dal carcere o gli viene revocato l'ordine di allontanamento: in questo modo la vittima può premunirsi anche dal punto di vista legale.
Un altro aspetto controverso è il fatto che una denuncia per stalking sarà irrevocabile. Non rischia di indebolire ulteriormente le donne?
È la stessa Convenzione di Istanbul, ma anche le raccomandazioni internazionali, a prevedere che la vittima di violenza di genere debba avere un supporto giuridico di questo tipo. Sappiamo che molto spesso le denunce vengono ritirate perché le vittime subiscono ritorsioni e minacce da parte dei denunciati, oppure vivono una situazione di fragilità psicologica che può spingere a ritenere poco gravi questi reati. E peraltro prima della denuncia vera e propria per stalking è possibile chiedere un ammonimento allo stalker, e infine la vittima ha a disposizione 6 mesi per pensarci prima di compiere il passo decisivo.
Quali cambiamenti apporterebbe al decreto?
Personalmente presenterò degli emendamenti affinché nei casi di separazione non vengano affidati i figli ai genitori, spesso uomini, che si sono macchiati di maltrattamenti famigliari e violenze.
Nel dl femminicidio soltanto l'ultima parte del provvedimento è dedicato al Piano nazionale antiviolenza. Perché?
L'ho voluto fortemente. Contiene quelle misure che sono invocate specialmente dalle associazioni impegnate contro la violenza sulle donne e che ritengo siano fondamentali: la formazione delle forze dell'ordine e degli operatori sanitari, progetti educativi nelle scuole per insegnare ai ragazzi il rispetto nelle relazioni sentimentali, maggiore supporto finanziario ai centri anti-violenza.
Il decreto però non stanzia fondi per questi progetti, che rischiano dunque di rimanere sulla carta.
La definizione del Piano non prevede maggiori oneri per la finanza pubblica, ma quello che maggiormente importa sono i singoli progetti che nasceranno dal Piano e per i quali mi batterò affinché abbiano i fondi necessari che per il momento sono davvero esigui. Non vorrò finanziamenti una tantum ma fondi strutturali e allo stesso tempo cercherò di indirizzare questi fondi in modo che sul territorio, ovunque in Italia, possano esistere delle strutture adatte ad aiutare concretamente le vittime di violenza. Ci vorranno anni, sto parlando di un obiettivo di lungo respiro, e per questo voglio coinvolgere le amministrazioni locali per mettere in comune le buone pratiche. Parteciperanno tutte quelle amministrazioni, dalle asl alle forze di polizia, che dovranno mettersi in rete, mettere in comune le proprie banche dati, insomma creare un sistema: è per esempio l'ordine del giorno del prossimo incontro, lunedì, con la task force interministeriale creata da Josefa Idem.
La task-force interverrà anche sulla regolamentazione dell'immagine della donna nei media?
Un gruppo di lavoro è dedicato a questo tema, che in fondo riprende un tavolo messo in piedi a suo tempo da Elsa Fornero. Penso sia fondamentale e agiremo con un sistema di autoregolamentazione dei media, perché il problema non è soltanto l'immagine sessista ma anche la ruolizzazione della donna, spesso presentata come casalinga o valletta muta. Ad esempio ritengo necessario rivedere la conduzione dei programmi televisivi, troppo spesso affidati a uomini. Ci deve essere parità.

mercoledì 28 agosto 2013

Quella legge non è da buttare

L’Unità 28 agosto 2013 di FRANCESCA IZZO
Su questioni come la violenza contro le donne e i femminicidi, i toni netti e trancianti non sono certo i più adeguati. E questo vale anche per il giudizio sull’attuale decreto governativo all’esame del Parlamento.
Il movimento Snoq, molto responsabilmente, non lo ha osannato alla sua uscita e non lo rigetta ora che inizia il suo iter parlamentare. È in corso al suo interno, come racconta l’Unità del 26 agosto, una discussione vivace e non potrebbe essere diversamente, trattandosi di un movimento articolato, composito, plurale. Ma alcuni punti fermi mi pare utile richiamarli. La lotta alla violenza è sempre stata una priorità nell’azione di Snoq, un’azione che mira a modificare la cultura e le modalità con le quali combatterla.
Quando, in un clima di rassegnazione dell’opinione pubblica, lanciammo l’appello Mai più complici nel maggio 2012, (contribuendo a diffondere la parola femminicidio nel lin- guaggio dei media e ottenendo un larghissimo sostegno di donne e uomini) volevamo che tutti comprendessero che i femminicidi e la diffusa violenza contro le donne non erano frutto di una loro antica e permanente debolezza ma il segno della crisi dell’ordine patriarcale e della difficoltà di tanti, troppi uomini a riconoscere ed accettare la libertà femminile, nel privato come nel pubblico. Snoq ha detto perciò, da subito, che la violenza contro le donne è un problema degli uomini ed un problema politico di prima grandezza. Non si tratta di una questione sociale, culturale o educativa ma politica perché tocca i rapporti tra donne e uomini e come tale va affrontata, investendo politicamente tutti gli ambiti in cui si manifesta e chiamando gli uomini, nel privato come nel pubblico, a risponderne.
Per cambiare le mentalità occorre dunque tenere strettamente connessi cultura, diritto, leggi, perché le norme sono anch’esse cultura e perché gli interventi istituzionali segnalano che la violenza contro le donne diventa un problema dello Stato, ovvero un problema politico generale.
La campagna di Snoq, insieme a quelle di gruppi e associazioni, di singole ha avuto effetti diffusi in tutti i campi, dai media al Parlamento, dal teatro alle scuole. Fino al decreto legge del governo, oggetto in questi giorni di pubblico dibattito. Si dice da più parti che il decreto in sé non va bene, tradisce una logica emergenziale mentre gli interventi contro la violenza devono essere «strutturali». Un governo, come è noto, se vuole intervenire, ha a disposizione solo i decreti-leggi che devono poi passare al vaglio dei due rami del Parlamento (a meno che non ponga la fiducia). Dunque questo governo se voleva mostrare la sua attenzione e disponibilità a fare la sua parte in questo campo non aveva altro mezzo che un decreto. Quindi si tratta di valutarne il merito, fermo restando che il Parlamento avrà tutte le risorse per modificarlo e migliorarlo, anche con il supporto di un largo movimento di opinione, come si sta profilando con le audizioni già previste.
Venendo al merito, il decreto presenta alcune novità, a mio avviso, positive, mentre ci so- no mancanze che allarmano. Innanzitutto esso non solo costituisce un primo serio riconoscimento istituzionale della gravità degli atti di violenza compiuti contro le donne, ma ne specifica la natura domestica. Se ricordiamo quanta resistenza è stata opposta nella scorsa legislatura alla ratifica della Convenzione di Istanbul proprio in ragione della presenza del reato di violenza domestica, si comprende il salto di qualità politico compiuto. Per non dire delle misure che prevedono l’allontanamento dell’autore della violenza, insomma uscirebbe di casa lui mentre ora è costretta lei a cercare rifugio fuori di casa. I centri antiviolenza vanno sostenuti ed adeguatamente finanziati, ma dobbiamo sapere che non sono presenti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, e se non interviene un impegno del pubblico non pare possibile assicurare alle donne, a tutte le donne che ne hanno bisogno, assistenza e protezione. Dubbi sono stati avanzati circa gli inasprimenti delle pene connessi alle nuove misure.
Il punto è che servono ancora norme per dire che una donna non può morire presa a calci in un tinello e riconoscerlo può essere molto doloroso per tutte, ma è necessario chiamare in causa anche il codice penale se vogliamo affermare che quella donna è una persona e che polizia e magistratura devono adeguare le loro azioni e i loro giudizi.
Altri punti significativi come la testimonianza in modalità protetta; assistenza legale gratuita per la donna offesa; la formazione degli operatori o il sostegno alle immigrate vittime di violenza mi fanno ritenere che ci sia bisogno intorno a questo dl di una discussione, nel Parlamento e tra una vasta opinione pubblica, priva di pregiudizi intorno alle questioni controverse, come la querela non ritrattabile, e capace di affrontare i nodi lasciati insoluti. Come tutto il capitolo della prevenzione del tutto assente. Infatti essa deve riguardare l’indispensabile protezione delle vittime ma deve farsi carico anche degli uomini violenti sul piano della prevenzione, rieducazione e repressione altrimenti cambierà molto poco nelle nostre vite. Inoltre va assolutamente diradata la nebulosità in cui è lasciata la copertura finanziaria necessaria a far fronte non solo alle innovazioni previste, ma anche a quelle che bisogna introdurre.

martedì 13 agosto 2013

Non basta un decreto

di Michela Marzano
in “la Repubblica” del 13 agosto 2013
Il corpodi Lucia Bellucci è stato trovato chiuso nell’auto dell’ex fidanzato. L’ennesimo cadavere. L’ennesimo femminicidio.
Un’ennesima tragedia che — come si dice sempre dopo — forse si poteva evitare. Dopo, sì. Se Lucia avesse denunciato l’ex compagno. Se la sua denuncia per stalking fosse stata ascoltata davvero. Se, soprattutto, le vittime fossero realmente protette. Ma le loro storie, così diverse, hanno spesso una solitudine in comune. Cristina Biagi, uccisa a Massa dall’ex marito il 28 luglio scorso, aveva sporto denuncia per stalking. Esattamente come Erika Ciurlo, assassinata a Taurisano il 29 luglio. L’aveva fatto anche Tiziana Rizzi, accoltellata in provincia di Pavia l’8 luglio e Marta Forlan, uccisa con diversi colpi di arma da fuoco in provincia di Cuneo. Sono donne e ragazze che, anche dopo aver denunciato i propri mariti, compagni, amanti ed ex, continuano a morire non solo a causa della gelosia, della smania di possesso e della violenza insopportabile degli uomini, ma anche per colpa della mentalità e dell’inefficienza di un paese che non riesce ancora a trovare un modo per ascoltarle, aiutarle e proteggerle. Ormai è quasi ogni due giorni che, in Italia, si registra un femminicidio: sono 78 dall’inizio dell’anno. Nonostante le denunce. Nonostante la legge contro lo stalking in vigore dal 2009 e tutte le altre misure recentemente adottate.
Certo, l’8 agosto, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che riguarda proprio la lotta contro la violenza nei confronti delle donne. Certo, questo nuovo decreto, che la Presidente della Camera ha annunciato di voler incardinare in Aula tra il 19 e il 20 agosto, prevede querele irrevocabili nei confronti degli uomini violenti, arresti obbligatori per maltrattamento e stalking, molteplici aggravanti nei confronti dei coniugi e compagni, processi più rapidi verso i presunti colpevoli. Ma si può anche solo immaginare che la repressione possa permettere di risolvere questa piaga contemporanea? Non è solo con un decreto che si possono proteggere veramente le vittime della violenza maschile e prevenire tragedie come quelle cui si sta assistendo impotenti da ormai troppo tempo.
Il dramma delle violenze contro le donne è sintomatico di una società che ha ormai perso tutta una serie di parametri di riferimento. Non è solo una questione di ignoranza e di non-rispetto delle regole della civiltà. È anche e soprattutto un problema di immaturità e di narcisismo. Sono troppi coloro che, insicuri e forse bisognosi di affetto, considerano come un proprio diritto impossessarsi dell’altro e di trasformarlo in un oggetto. Sono troppi coloro che, respinti e allontanati, vivono il rigetto con rancore e risentimento, come se il semplice “no” di una donna li svuotasse di senso. Ecco perché non si tratta di un problema solo legato al tradizionalismo maschilista del passato, ma anche alla fragilità identitaria dell’uomo contemporaneo. Al giorno d’oggi, gli uomini violenti appartengono a qualunque classe sociale e ceto, e alcuni sono anche celebri professionisti. Non conta né il rango sociale, né la situazione economica. Conta la loro incapacità di sopportare la perdita, come se il semplice fatto di perdere la propria donna significasse una perdita d’identità. Il dramma della violenza non lo si può solo combattere con il rigore delle leggi — anche se le denunce per stalking dovrebbero implicare una reale protezione delle vittime, impedendo per esempio il contatto con gli uomini che le hanno minacciate. Non ci si può solo limitare ad annunciare pene più severe, perché nonostante il carattere dissuasivo delle pene non è mai la legge che ha potuto impedire l’esistenza di crimini e delitti. Per contrastare le violenze contro le donne, c’è bisogno di ripensare anche le relazioni umane.
La violenza non la si può eliminare del tutto. Ma la si può e la si deve contenere. E per farlo, la chiave è e sarà sempre l’educazione. Per far capire a tutti e tutte, fin da piccoli, che il proprio valore è intrinseco e non strumentale; che ogni persona, a differenza delle cose che hanno un prezzo, non ha mai un prezzo ma una dignità; che la dignità non dipende da quello che gli altri pensano di noi, da quello che gli altri ci dicono o meno, da quello che gli altri ci fanno. Non si può combattere la violenza se non si educano le donne alla consapevolezza del proprio valore e della propria libertà. Esattamente come non si può combattere la violenza se non si educano gli uomini alla consapevolezza del valore e della libertà altrui.