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venerdì 18 gennaio 2013

Adesso basta “Non chiedete a noi la soluzione”

di Nadia Somma da Il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2013
Le donne sono l’anello debole di una società in cui è parzialmente ancora inculcata l’assurda mentalità della femmina come oggetto del possesso. Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera non uscissero da sole”, così Francesco Dettori, procuratore capo del Tribunale di Bergamo, ha commentato i tre stupri avvenuti in pochi giorni tra Milano e Bergamo. Eppure anche le sue parole rivelano quel senso di possesso della donna come oggetto, qualcosa che deve essere tutelato e difeso. La tutela della donna, una soluzione antica per una violenza altrettanto antica. Antica quanto inutile. Dopo i tanti vademecum antistupro, i consigli su come vestirsi, atteggiarsi e camminare, i collari antiaggressione, ecco il consiglio di non uscire di casa o di farlo ma accompagnate (da un fidanzato, fratello, marito, padre?).
Chi ci protegge dai protettori?
Ma lo stupro, come la violenza sulle donne, non è un problema di comportamenti femminili e tantomeno di sicurezza. La brutale aggressione avvenuta a l’Aquila che ridusse in fin di vita una studentessa avvenne ad opera di un militare che era in missione proprio per la sicurezza della città. “Chi ci protegge dai protettori? ” domandava un antico slogan femminista. È sempre fuorviante e sbagliato ricercare le cause in comportamenti delle vittime: gli inutili consigli sull’abbigliamento e gli inviti a non essere “provocanti sessualmente” sono solo giustificati dai pregiudizi sullo stupro che colpevolizzano la donna o la responsabilizzano. La violenza sessuale non scaturisce dall’eros perché è legata alla volontà di denigrare, umiliare la vittima e annichilirla. È una metafora della morte ed è piuttosto affine a thanatos.
Cambiare subito l’obbiettivo degli appelli
Testimonianze di stupratori confermano che la scelta della vittima è fatta a prescindere dall’età, dall’aspetto fisico, o dal comportamento. Quanto a non uscire di casa che cosa si dovrebbe consigliare alle donne che con gli autori delle violenze convivono? Sappiamo che le violenze sulle donne da parte di estranei sono solo la più piccola percentuale delle violenze che colpiscono le donne perché nel 75% dei casi, secondo i dati dei centri antiviolenza, sono attuate dal partner. I messaggi o i consigli rivolti alle donne per evitare lo stupro servono solo ad alimentare e mantenere in vita un retaggio culturale che vorremmo lasciarci alle spalle e che continuano a esporre le donne alla stigmatizzazione sociale quando sono aggredite e non agevolano lo svelamento della violenza per permettere loro di elaborarla e chiedere aiuto. Il piano del problema resta di cultura e di civiltà. Ci piacerebbe una volta tanto che i messaggi sullo stupro fossero rivolti agli aggressori, e che non si possa più chiedere alle donne di scegliere tra autodeterminazione e incolumità fisica o sessuale, tra la loro libertà e la loro vita.

giovedì 17 gennaio 2013

Da donna a donna, intervista a Mariella Gramaglia/Maddalena Vianello

“Due o tre cose che sappiamo sul femminismo che verrà”
di Francesca Caferri da La Repubblica, 17 gennaio 2013
Ci sono le rose e le spine. C’è il coraggio di mettersi a nudo. C’è la Storia, quella dell’Italia degli ultimi cinquant’anni. Ci sono i ricordi amari e quelli allegri. Ci sono l’etica, la fede, e la ricerca della spiritualità attraverso sentieri non scontati. Ci sono la leggerezza e la voglia di combattere per un futuro migliore: in nome delle generazioni presenti e di quelle che verranno. E, soprattutto, c’è la voglia di parlarsi, davvero. Come sempre più raramente accade. Hanno scelto un titolo semplice,
Fra me e te: madre e figlia si scrivono, Mariella Gramaglia e Maddalena Vianello per portare in libreria la raccolta di pensieri che, per oltre un anno si sono scambiate via email: da madre a figlia all’inizio, come donne di generazioni diverse a confronto su un piano di parità mano a mano che scorrono le pagine. La prima, Mariella, giornalista, ex parlamentare, figura di primo piano nella storia del femminismo italiano. La seconda, Maddalena, sua figlia maggiore: 34 anni, una laurea a pieni voti, il master a Londra, oggi assegnista di ricerca all’università di Modena e Reggio Emilia. Un confronto durato una vita e divenuto impellente nelle giornate di inizio 2011, quando al paese che si interrogava sul caso Ruby le donne italiane risposero scendendo in piazza in
oltre un milione al grido di “Se Non Ora Quando”. «Tu non eri in grado di partecipare, io sono andata per me e per te», scrive Maddalena alla madre, in un ideale passaggio di testimone fra le generazioni.
Come è nata l’idea del libro?
Gramaglia: «L’idea è stata di Maddalena. Non era un libro per il pubblico, poi abbiamo cambiato idea. Nasce da molte cose: dolori e gioie private, ma anche da un momento pubblico come la manifestazione del febbraio 2011 e dalla reazione di Maddalena, dal suo scoprire la voglia di stare con le donne e quindi di parlarne. Abbiamo iniziato a scriverci e a poco a poco ci siamo scoperte non più solo madre e figlia, ma entrambe un po’ madre e un po’ figlia».
Vianello: «A muoverci è stata la voglia di arrivare al fondo di temi di cui parlavamo da sempre, ma che a parole non riuscivamo ad approfondire. Quando si parla si può svicolare: lo scrivere invece ti inchioda alla responsabilità di arrivare in fondo».
Lei, Maddalena, non risparmia rimproveri a sua madre, che del femminismo è stata una delle protagoniste.
Vianello: «Il femminismo è qualcosa che accompagna la mia vita da sempre: un’eredità importante che mia madre mi ha regalato e che, lo sapevo bene, andava difesa, perché certe battaglie non necessariamente sono vinte per sempre. Ma era anche un pezzo di storia privata: nel mio universo di bambina era complicato capire cosa altro avesse da fare mia madre oltre a prendersi cura di me. Il femminismo, la politica, le donne la chiamavano. Non per questo ho affrontato il tema con rancore, ma qualche critica nel libro l’ho tirata fuori».
Quali sono le critiche?
«Penso che a un certo punto la riflessione delle donne si sia fermata: non si sono espresse su cose importanti, come il precariato, che non è solo un problema di lavoro, ma di vita, perché in discussione, di sei mesi in sei mesi, ci sono tutti i tuoi progetti. Le femministe di questo non hanno parlato: ci hanno consegnato quello che la mamma chiama “il cestino dei regali”. Pieno di cose importanti: l’emancipazione delle professioni, la libertà nella famiglia, i diritti. Ma oggi i nostri problemi sono anche altri: le donne sono le più brillanti negli studi ma le più disoccupate; fanno pochi figli perché se non hanno un lavoro non lo troveranno mai più e se ce l’hanno temono di perderlo. Lo scrivo in una email piena di rabbia: “Mamma, la situazione è sconfortante. Mi avevi raccontato che il mondo era diverso, che essere donna era una cosa diversa. E io ti avevo creduto. Invece il cestino dei regali è talmente impolverato da sembrare vuoto”».
Mariella, a riempirlo quel cestino, ha contribuito molto anche lei: fa male sentirsi dire che non basta?
Gramaglia: «Sì: a lungo avevo pensato che il femminismo fosse l’unica rivoluzione del dopoguerra che aveva avuto successo. Eravamo passati da una cultura fatta di regole e imposizioni, come quella in cui ero cresciuta io, a quella della libertà che ho trasmesso ai miei figli. Ho faticato a capire che per Maddalena e le sue amiche il problema era un altro, che la loro frontiera era difendere il diritto all’autonomia in una vita dove tutto è precario, instabile».
Ha fatto mea culpa?
Gramaglia: «Ho ammesso che la mia generazione forse è stata un po’ utopista: ho sempre pensato che non c’era bisogno di essere ricchi e sgomitanti per arrivare, che era importante dare ai figli una degna formazione e insegnare loro che bisognava farla fruttare: per me questo era un lascito sufficiente. Sentirsi dire che non è così non è stato facile».
C’è una giornata che segna una svolta, il 13 febbraio 2011. Mariella è in ospedale, Maddalena va per tutte e due: è come un passaggio di fiaccola. Che significato ha avuto quel giorno?
Vianello: «Per me è stata una boccata di ossigeno: la prima grande manifestazione delle donne sui problemi delle donne.. Ho pensato: “Siamo vive e vogliamo combattere. Siamo qui”. Non è stata solo una protesta contro Berlusconi, ma una grande chiamata intergenerazionale che è riuscita a riunire donne diverse come mai prima».
Gramaglia: «Io non avevo più illusioni che il femminismo potesse tornare: e invece eccole là, tante donne giovani che si proponevano come leader. Confesso, non ci credevo più: è stata un’emozione. Come lo è stato vedere mia figlia e le sue amiche ribellarsi all’immagine della donna che veniva presentata dai media e dalla televisione. Un’immagine che era ovunque e faceva male a loro prima di tutto, quella di una donna priva di alcuna autonomia rispetto a un immaginario maschile perverso: un’immagine che purtroppo è penetrata nella società, ha invaso i luoghi di lavoro e gli spazi della vita quotidiana».
Oggi che cosa è rimasto dell’energia di quel giorno? Molti dicono che si sia spenta, che sia stata solo una fiammata dovuta alla rabbia di quel momento…
Gramaglia: «Distinguerei fra la sigla del movimento che organizzò la manifestazione, Se Non Ora Quando appunto, e quello che si è acceso il 13 febbraio 2011. Le sigle vanno e vengono: ma quel giorno è cambiato qualcosa, è stato girato un interruttore. Abbiamo visto le donne trionfare alle primarie del Pd e di Sel, e il 40 per cento dei nomi delle liste di questi partiti sono donne, e anche gli altri hanno dovuto tenerne conto. Le donne sono lì perché votate dalla base, maschile e femminile, non perché chiamate dal principe buono: ecco dove è andata quella energia. Così come è andata nella battaglia contro la violenza, che è mondiale e non solo italiana, come ci dimostra l’India. Tutto questo mi fa dire che si può aprire una nuova fase».
Vianello: «Neanche io penso che l’energia sia andata perduta. Se Non Ora Quando ha mostrato che un altro modello era possibile: che non occorreva, come dicono certe femministe, “uccidere” la propria madre per andare avanti, che si poteva siglare un patto fra le generazioni di donne. Tutte abbiamo delle cose per cui combattere: possiamo farlo insieme, indipendentemente dalle sigle».

sabato 4 agosto 2012

Aziende pubbliche, ecco le quote rosa nei cda un componente su tre sarà donna

di Annalisa Cuzzocrea, La Repubblica, 4 agosto 2012
— Stavolta no, non è un contentino. Il regolamento approvato ieri dal Consiglio dei ministri – in applicazione della legge varata un anno fa sulle quote rosa nei consigli di amministrazione – è destinato ad attuare una rivoluzione nelle società italiane controllate dallo Stato. Che dovranno avere nei loro cda e nei loro collegi sindacali almeno un terzo del genere meno rappresentato. Tradotto, almeno un terzo di donne.
E quindi Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Rai, Sace, Cassa depositi e prestiti, Finmeccanica, Fintecna, Anas: sono 25 le società che dipendono direttamente dal ministero dell’Economia, 89 le controllate
di secondo livello, 2.100 le partecipate con oltre il 50 per cento dagli enti locali. Facendo i conti, tra il 2012 e il 2015, dovranno trovar posto al loro interno 6.500 consiglieri e 3.500 sindaci donna.
È questa, la rivoluzione. «Un’altra importante tappa nel cammino verso l’affermazione di una nuova cultura della parità di genere», dice Elsa Fornero. Si augura, il ministro del Welfare, che la decisione «sia un buon esempio per la politica. Che non si debba, con rammarico, registrare
l’assenza di candidature femminili come pare essere il caso delle prossime elezioni in Sicilia». Lo stesso auspicio arriva da Anna Finocchiaro, la presidente dei senatori pd che – come altre sue colleghe, tanto a destra quanto a sinistra – plaude alla legge: dalla presidente della fondazione Bellisario e deputata pdl Lella Golfo, che per prima l’ha promossa, a Chiara Moroni di Fli, fino all’ex ministro Mara Carfagna («una giornata storica»). Non un uomo fino a tarda sera, quando appare, timida, una dichiarazione del capogruppo pdl Fabrizio Cicchitto.
Roba da femmine, penseranno gli altri. Potrebbe non essere così. Perché se davvero ci sarà posto per tante donne in più (oggi la percentuale rosa nei cda delle controllate è al 7,6%), tutto rischia di cambiare anche per gli uomini. Tanto più che la legge che il Parlamento aveva varato un anno fa – dal 12 agosto entrerà in vigore per tutti, organismi pubblici e privati. Per le società quotate, infatti, il regolamento era arrivato già a febbraio ad opera della Consob, chiamata a vigilare sull’ottemperanza delle nuove regole. E quindi anche lì,
nei prossimi 4 anni, sono in arrivo 700 consiglieri e 200 sindaci donna. Una decisione che ha già sortito i suoi effetti, visto che nell’ultimo anno e mezzo molte società hanno cominciato ad adeguarsi passando dal 6,75 per cento di presenza femminile alla fine del 2010 al 9,49 del mese scorso. Adesso – mano a mano che arriveranno i rinnovi – dovranno fare di più. Così come avverrà nel pubblico, dove a controllare non sarà la Consob, ma direttamente il governo e il ministero per le pari opportunità. La pena, per chi non si adegua dopo i richiami formali, è la decadenza del cda.

A storcere il naso hanno cominciato in molti. Perché «le donne non sono panda», come dice da sempre Emma Bonino. Perché non è con le quote che si
raggiunge la parità, spiega chi è contrario a questa legge. Perché si rischia che i cda si riempiano di «figlie di» e «amiche di». La fondazione Bellisario ha risposto raccogliendo 2.500 curricula di donne capaci (oltre il 90 per cento con una o più lauree, la metà con master all’estero) «per dimostrare – dice la presidente Lella Golfo – che le donne ci sono, ci sono da sempre. Adesso non si potrà far finta di non vederle».

giovedì 2 agosto 2012

LE DONNE DI PORDENONE A DIFESA DEL CONSULTORIO FAMILIARE


Scampato pericolo
per quanto riguarda lo smembramento del consultorio di Pordenone.
Era questo il progetto iniziale dell'Azienda sanitaria che aveva in
programma di polverizzare sul territorio comunale i vari servizi,
operando una separazione fra funzioni sanitarie e funzioni socio-assistenziali
del consultorio stesso.
Un gruppo di donne della Cgil e dello Spi territoriale assieme ad alcune
associazioni, quali: Voce Donna e Se Non Ora Quando e ad alcuni partiti
politici (PD, SEL, IDV, RC) hanno considerato inaccettabile tale decisione e
si sono riunite per concordare una linea di azione comune.
Sono state organizzate riunioni con le consigliere del Comune di
Pordenone e dell'amministrazione provinciale e si è avviata una campagna
di informazione sui quotidiani locali come forma di sensibilizzazione sui
possibili pericoli di tale scelta.
I frutti si sono visti ben presto: interrogazioni in Consiglio Comunale e
convocazione del Direttore generale dell'Azienda sanitaria e del
Responsabile del Distretto da parte della 3a Commissione Politiche sociali
del Comune di Pordenone; sono stati questi i primi segnali di un dissenso che
trovava via via nuove adesioni.
Il risultato è stato una marcia indietro dei massimi vertici dell'ASS 6.
Il Consultorio, pur subendo uno spostamento di sede, continuerà, infatti, a
garantire la multidisciplinarietà dell'intervento.
Lo stesso gruppo di donne ha deciso, però, di non fermarsi solo all'aspetto
della localizzazione del Consultorio. Infatti, è apparso chiaro a tutte come
fosse necessario lavorare per un rilancio, per una valorizzazione di un
servizio che ha come obiettivo principale la tutela della salute delle donne.
Un obiettivo, questo, molto spesso assente nella programmazione annuale
dell'Azienda sanitaria.
Le priorità che si intendono porre all'attenzione del Direttore generale, al
quale è stato chiesto un confronto, sono rappresentate dalla necessità di
intervenire sui temi della prevenzione nei confronti degli adolescenti con
progetti di educazione sessuale nelle scuole e un'attenzione alla salute della
./.
donna durante tutto l'arco della vita.
L'affermazione del Direttore generale che definiva come “improprio”
l'accesso al Consultorio da parte delle pazienti anziane ha indignato tutte.
Infatti, non solo tale affermazione non è suffragata dalla normativa nazionale
e regionale, ma rischia di lasciare fuori un pezzo significativo della
popolazione.
Se è vero che una parte consistente degli anziani è costituita da donne,
l'attenzione alla loro salute diventa una necessaria forma di prevenzione,
necessaria per le interessate per garantire loro di vivere a lungo in una
situazione di benessere, ma anche, paradossalmente, per la società che
dovrebbe, altrimenti, farsi carico di spese sanitarie crescenti.
Carla Franza
Segretaria Cgil Pordenone
Maria Luisa Melcher
Segreteria Spi-Cgil Pordenone
Pordenone, 19 giugno 2012


Consultorio Passo avanti dell’Ass 6


Sul “progetto consultorio” la Ass 6 si è impegnata ad aprire un confronto prima della stesura definitiva. La promessa è arrivata nel corso dell’incontro che i vertici della Ass hanno avuto con le rappresentanti di un gruppo di donne (Cgil, Voce donna, Se non ora quando, Pd, Sel, Rc, Italia dei valori) nel corso del quale è stata confermato il mantenimento dei servizi del consultorio di Pordenone in un’unica sede. «Passo in avanti positivo ma non ancora non del tutto sufficiente», è il commento del coordinamento che ha chiesto all’Azienda di garantire un servizio di prevenzione «rivolto alle donne di tutte le fasce di età, diversamente da quanto inizialmente dichiarato dal direttore generale Tonutti che riteneva improprio l’accesso delle donne anziane al consultorio». La Ass si è impegnata ad individuare modalità organizzative che consentano una continuità delle prestazioni a carattere ginecologico da parte del medesimo professionista, ad avviare un percorso di omogeneizzazione dei servizi partendo dalle realtà che registrano maggiori sofferenze, a rivedere il calendario degli appuntamenti dello screening (pap-test) in maniera tale da garantire una maggiore cura nell’attività di prevenzione del consultorio.
 Dal Messaggero Veneto del 26.luglio 2012

martedì 26 giugno 2012

Rai: Se Non Ora Quando, appello per 50% donne in Cda in vista del voto di domani in Commissione di Vigilanza

Claudia Fascia(ANSA)
Il 50% di donne nel Consiglio di amministrazione e una nuova missione culturale della Rai. E’ l’appello lanciato dal Comitato Promotore ‘Se non ora quando’ al presidente della Commissione di Vigilanza Sergio Zavoli, in vista del voto in programma domani sui sette consiglieri del cda
della tv pubblica.
”La questione legata ai vertici Rai – spiega Cristina
Comencini del Comitato promotore – non e’ solo una questione di nomine e potere, ma riguarda le donne, le loro vite, il loro futuro. Noi vogliamo allargare il discorso, cambiare la
rappresentazione della donna nella societa’. La Rai – continua la scrittrice e regista – puo’ dare inizio a una nuova visione della donna. Il ’50 e 50′ nella tv di Stato – che e’ specchio dell’Italia -, deve dare il via per un ’50 e 50′ ovunque. E’ una grande occasione che non va sprecata”.
L’obiettivo che si pongono le promotrici, appoggiate da
parlamentari donne di tutti gli schieramenti politici – da
Giulia Bongiorno (Fli) a Livia Turco (Pd), da Lella Golfo (Pdl) ad Alessandra Tibaldi (Idv), presenti questa mattina alla conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa ‘Se non ora quando? Una Rai per le donne, una Rai per l’Italia’, a Roma – e’ di creare una sorta di road map, che porti la democrazia paritaria prima in Rai e poi a cascata anche alle elezioni.
”La sfida e’ seria – spiega Valeria Fedeli, sindacalista e
tra le fondatrici del movimento -, il tema complesso. Saremo
pronte a monitorare le azioni delle forze politiche all’interno della Commissione di Vigilanza. Siamo a un punto di svolta e la prima sfida e’ domani: all’ordine del giorno ci sia il 50% di nomine alle donne. Vediamo chi davvero condivide, non solo a parole. Questa e’ una battaglia che ha un significato democratico e anche politico”.
Sul fatto che quella di domani sia una prova del fuoco delle
buone intenzioni e’ d’accordo anche Flavia Perina (FLI), membro della Commissione Vigilanza: ”In Commissione su 40 membri, solo 2 sono donne, io e Giovanna Melandri. E in Rai, dove il 50% dei giornalisti e’ donna, solo il 4% di loro raggiunge livelli dirigenziali. C’e’ un’evidente discriminazione, anche se la nomina di Anna Maria Tarantola a presidente dell’azienda fatta dal premier Monti e’ un segno di discontinuita’ rispetto al passato”.
Questione di numeri, ma non solo. Per Emma Bonino (Radicali)
e Giulia Bongiorno (FLI) trasparenza e merito sono criteri da
cui non si puo’ prescindere. ”Si guardino i curricula – dicono entrambe – di donne di valore ce ne sono, eccome”.
Per Livia Turco si tratta di ”un’iniziativa molto
importante, una battaglia per la presenza femminile che va
condotta con determinazione. E’ un’indecenza nazionale l’assenza di donne nel consiglio di amministrazione Rai. Bersani – continua Turco – chiedendo il coinvolgimento della societa’ civile ha fatto un gesto senza precedenti. E’ un segnale unico, che pero’ gli altri partiti non stanno seguendo.

lunedì 25 giugno 2012

Rifondare l’Italia. Partendo dalle donne

  25-06-2012 07:46:05 Rassegna stampa snoq

di Peter Gomez da Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2012
L’obiezione contro le quote rosa la conosciamo: ma come volete rinchiudere le donne in una riserva indiana? Volete trattarle da minoranza etnica imponendo delle percentuali di presenza femminile in parlamento? No, è l’Italia che deve cambiare permettendo finalmente alle donne che valgono di farsi strada anche in politica. Non serve una legge ma un grande mutamento sociale e culturale.
Beh, consentiteci di dire, che l’obiezione non ci convince. Dopo averne molto discusso in redazione, qui a Ilfattoquotidiano.it siamo giunti alla conclusione che per rifondare davvero il nostro Paese, serve una norma chiara, semplice, che obblighi i partiti a candidare il 50 per cento di donne e che stabilisca una rappresentanza in proporzioni analoghe anche alla Camera e al Senato.
Una legge sulle quote rosa va infatti approvata, non solo perché è giusta, ma pure perché è un buon sistema per cambiare in fretta e, con tutta probabilità in meglio, le nostre classi dirigenti.
Un parlamento che per legge fosse composto per la metà da donne, metterebbe in grande difficoltà le attuali oligarchie. Nei nostri partiti, ormai da 15 anni in cronica emorragia di iscritti, le donne in posizione di vertice sono pochissime. Se, in occasione delle elezioni politiche, si dovesse davvero trovare migliaia di candidati donna, le varie formazioni sarebbero costrette ad andare a pescare le aspiranti parlamentari anche fuori dai loro apparati: una rivoluzione.
Certo, visto che siamo in Italia, pure con una norma del genere i furbi rimarrebbero tali. I Berlusconi di turno tenterebbero d’imporre le loro Olgettine. Altri, proprio come ci racconta Vincenzo Iurillo, in un articolo dalla Campania, ne approfitterebbero per trovare nepotisticamente spazio a mogli e figlie. È tutto vero. Ma per i capi-bastone della politica la vita sarebbe più difficile di adesso. Anche perché l’esperienza e le statistiche ci dicono che mediamente le donne sono più oneste degli uomini.
Per quanto ci riguarda possiamo, comunque, fare una cosa sola. Impegnarci con i lettori e le lettrici a tenere alta l’attenzione contro tutte le discriminazioni di genere.
A fornire più informazioni e a raccontare storie (di ogni tipo) anche con un punto di vista femminile. Per questo (ma non solo) nasce oggi la nuova sezione Donne di Fatto, ideata e scritta (in grande maggioranza) da colleghe.
Nel corso di questi mesi ci siamo infatti resi conto che una sezione di questo tipo era necessaria per obbligare la redazione ad occuparsi con costanza di temi che per conformismo (ma non solo) spesso finivamo per ignorare.
Donne di Fatto sarà così per noi una sorta di legge che alla lunga, speriamo, finirà per cambiare molte nostre convinzioni e modi di intendere questo mestiere. E, forse, alla fine ci renderà migliori.

domenica 24 giugno 2012

COMMISSIONE PARI OPPORTUNITÁ Quote rosa, petizione consegnata a Franz Maurizio





 Dal Messaggero Veneto 24 giugno 2012



«Niente più quote rosa, ma la possibilità di essere elette con regolare voto di cittadini e cittadine senza nessuna corsia preferenziale». Questo è ciò che ha inteso sottolineare la presidente della commissione regionale per le pari opportunità Santa Zannier unitamente alle commissarie Annamaria Poggioli, Annamaria Mozzi, Ester Pacor al momento della consegna delle 5886 firme della petizione sulla doppia preferenza di genere, nelle mani del presidente del consiglio regionale Maurizio Franz, firme sottoscritte dalle consigliere Annamaria Menosso, anche vice presidente del Consiglio, e Mara Piccin. Ora la commissione per le pari opportunità, che ha ottenuto questo risultato con l’aiuto di una rete di donne che in modo trasversale hanno creduto all’iniziativa e hanno lavorato per la sua buona riuscita, aspetta il disegno di legge e ovviamente il suo voto favorevole da parte di una maggioranza qualificata del consiglio regionale, ricordando che la legge sulla doppia preferenza è stata approvata alla Camera per i comuni al di sopra dei 15.000 abitanti e ora andrà al Senato. Ribadiamo inoltre che non si tratta di un obbligo ma di una possibilità che viene data all’elettore». Annamaria Poggioli ha voluto «ringraziare le tante associazioni dei diversi ambiti, culturale, sociale, sindacale, e il movimento “Se non ora quandoper il contributo in termini di raccolta delle firme e di sensibilizzazione sull’importanza della petizione