di Francesca Izzo, da l’Unità, 03 settembre 2012
C’è un aspetto del movimento Se Non Ora Quando? che risulta problematico:
provoca perplessità e incomprensioni in parti dell’opinione pubblica
femminile e suscita resistenze anche al suo interno. Eppure costituisce un suo
tratto distintivo che ne ha segnato l’origine e ne ha caratterizzato le azioni
più significative. Mi riferisco al suo cosiddetto
«trasversalismo»,
termine usato per definire la vocazione di Snoq a rivolgersi e ad accogliere
tutte le donne, al di là delle storiche appartenenze a movimenti (femministi e
femminili) e partiti e delle scelte culturali e religiose. La parola
trasversale viene usata abitualmente nel lessico politico per indicare atti,
iniziative politiche o legislative che tagliano appunto trasversalmente
gli schieramenti politici e sono in genere frutto di convergenze
occasionali che non modificano la fisionomia di questi ultimi. Mentre la
natura del «trasversalismo» di Se non ora quando? ha un senso e una
portata molto diversa. Vorrei provare a spiegare come io ho inteso
questa
vocazione di Snoq a rivolgersi a tutte le donne e quali ne
sono, a mio avviso, le implicazioni. Si tratta in prima battuta della
volontà di superare i confini dati della politica delle donne in
Italia, confini che si sono venuti formando nel corso di molti decenni.
Decenni nei quali prima i movimenti di emancipazione, poi di liberazione e
della libertà hanno progressivamente eroso, come del resto è accaduto
in tutto il mondo industrializzato, le basi materiali e simboliche
del patriarcato.
Il femminismo ha lavorato in profondità dando corpo e voce
alla soggettività delle donne, cosa che ha fatto crollare su se stesso
l’ordine patriarcale che sul loro silenzio e sulla loro assenza si fondava. In
Italia, per ragioni storiche, questo processo coincidente con la
scomparsa della società tradizionale ha trovato ascolto
quasi esclusivamente nelle forze della sinistra. Ma anche per le
donne vale il principio storico che il tramonto di un ordine non comporta
la nascita di un altro diverso: «il vecchio muore e il nuovo stenta a
nascere» e in questo intermezzo tutto può accadere, spesso anche forme morbose
di reazione e di stravolgimento del senso e dei fini della libertà affermata.
E l’Italia, la storia italiana degli ultimi vent’anni, ne è un
esempio eclatante. La ricerca di una esistenza libera ha rischiato di
convertirsi in un individualismo chiuso allo scambio e alla costruzione di
forme collettive di espressione di sé.
Il risultato, certo non voluto, è
stato una marcata ed anomala, nel panorama europeo, marginalità sulla scena
pubblica e nella vita politica. L’archiviazione dell’etica tradizionale,
rigorista e punitiva della sessualità femminile, è servita spesso da
alibi per fare delle donne l’oggetto, la principale merce della società dello
spettacolo. Il comando della legge del Padre «sacrifica il piacere», con la
crisi del patriarcato, si è tramutato nell’ingiunzione «godi!» e questo
mutamento ha trovato grottesca espressione negli scandali a base di
sesso-denaro-potere che hanno di recente travagliato la vita delle nostre
istituzioni. La autodeterminazione nella vita procreativa conquistata
a prezzo di tanta sofferenza, la libertà di scegliere se essere o no
madri, separando l’essere donna da una destinazione biologica, rischia di non
essere più tale.
Sempre più diffusa è la difficoltà, se
non l’impossibilità di diventare madri, per gli ostacoli materiali di
ogni tipo che una società inospitale frappone.
La differenza sessuata – che costituisce la più straordinaria,
rivoluzionaria visione del mondo prodotta dal pensiero di donne: i sessi sono
due eguali e differenti ed entrambi formano simbolicamente e materialmente
la realtà vede smussata la sua forza concettuale e reale e tende a
svanire o nel transgender o nella prometeica e mimetica idea
dell’unicità, ovvero che le donne possono fare a meno degli uomini.
L’idea originaria del femminismo che il punto di vista delle donne
riformula e riordina tutti gli altri punti di vista, politici e sociali, si è
di fatto, sulla base di dati storicamente cogenti, ristretta alla
identificazione della politica delle donne con lo schieramento di sinistra.
È rispetto a questa costellazione, frutto per altro degli stessi
successi del femminismo, che va valutato il senso del «trasversalismo» di Se
non ora quando?. Con esso si intende prendere atto che una
fase straordinaria della nostra storia si è conclusa, che
ci troviamo a fare i conti con altre sfide che sorgono dalla
scomparsa del tradizionalismo patriarcale e dalle inedite e multiple
resistenze ad adeguare ilmondo alla libertà femminile e che quindi i noti
e abituali confini della politica delle donne vanno superati. L’appello
del 13 febbraio del 2011 aveva sullo sfondo questa inquietante
costellazione e la connessa esigenza di
cambiare i «paradigmi». Alcune hanno
ritenuto che quanto era accaduto nella giornata del 13 fosse qualcosa di
unico, dovuto sia al concorso di circostanze politiche irripetibili sia alla
«genericità» delle parole d’ordine , a cominciare dal richiamo alla dignità
femminile, parola che all’orecchio di molte evocava il polveroso decoro borghese.
Mentre proprio l’uso di questo termine, così come il richiamo
all’amicizia degli uomini, segnalavano la necessità di cambiare i «paradigmi».
Dire dignità voleva significare che l’avvento della libertà femminile apre
una epocale questione di carattere antropologico che investe la natura della
libertà coinvolgendo tutti, uomini e donne e non può più
essere affrontata rincorrendo il radicalismo dei diritti.
E in nome della dignità delle donne e dell’Italia nelle
piazze di tutto il Paese mondi e sensibilità che per decenni si
erano guardati con distacco se non con ostilità si sono incontrati: un
popolo guidato da donne, si è detto. E
su quell’incontro il
movimento ha cercato di costruirsi e di agire, di concepire se stesso
e la sua azione politica: il «trasversalismo» di Snoq indica la volontà di
radicare le donne nel cuore della nazione per farne davvero una potenza
di governo. Per governare in autonomia e non per graziosa concessione
altrui, un movimento di donne deve avere la capacità di leggere l’insieme
della vita della nazione e farsene interprete. È un
compito arduo, Se non ora quando? ci ha provato in questo anno e poco
più di vita, nelle sue iniziative.
Con la manifestazione dell’11
dicembre, che ha inteso porre al nuovo governo e all’insieme delle
forze politiche i temi più urgenti per cominciare a fare dell’Italia un
Paese per donne, con l’appello Mai più complici che, forte di una matura
visione del nesso corpo femminile-rappresentazione, chiama gli uomini a
confrontarsi con i femminicidi e la violenza contro le donne, con le
posizioni assunte sulla vicenda delle nomine del consiglio di amministrazione
della Rai e il futuro del servizio pubblico radiotelevisivo. Ma non
senza incontrare difficoltà e resistenze, appunto. Probabilmente c’è
bisogno di ancora più chiarezza e di più coraggio.