giovedì 12 settembre 2013

A ottobre l’assemblea nazionale di SNOQ

A ottobre l’assemblea nazionale di SNOQ

Il movimento SE NON ORA QUANDO, nato dalle piazze il 13 febbraio 2011 e consolidatosi alla fine dell’incontro nazionale di Siena dello stesso anno, è arrivato a una nuova svolta.
Da più di due anni, nei territori di tutta Italia si sta lavorando sui temi cari alle donne e presenti all’interno della agenda politica Snoq (lavoro, salute, rappresentanza, rappresentazione, violenza di genere, welfare, ecc.) e SNOQ è oramai parte della realtà sociale.
Le donne protagoniste di questa pagina importante dell’attività politica e della vita culturale del nostro Paese sono arrivate alla conclusione che è giunto il momento di darsi una nuova struttura, un contenitore di pensiero e di azioni che permetta a tutte di agire quel pluralismo e quella condivisione che sono alla base dei documenti fondativi e che costituiscono il tratto distintivo del movimento.
Il Comitato Promotore che per primo ha dato impulso a Snoq ha lasciato il passo a un nuovo coordinamento nazionale che ha il mandato di organizzare la prima assemblea nazionale di questa nuova fase. Tale coordinamento, composto dalle portavoce dei comitati territoriali e tematici e da due gruppi generati dallo scioglimento del Comitato Promotore, Snoq Factory e Snoq Libere, ha un carattere di funzionalità nei confronti della assemblea nazionale che rimane comunque il momento sovrano nella vita del movimento.
L’assemblea nazionale, prevista per ottobre, servirà a definire temi, campagne, strategie di azione e la riorganizzazione dei comitati, in grado di rispondere a un movimento in crescita, che vuole essere un solido punto di riferimento per tutte le donne.
Per una migliore realizzazione di questo obiettivo, dal primo incontro del Coordinamento è stata allargata la struttura che curerà la comunicazione esterna del movimento e consentirà di mantenere attiva e puntuale la presenza di Snoq sui media e sui social network.
Nonostante il processo di riorganizzazione del movimento non sia facile, le donne hanno dimostrato e stanno dimostrando che assieme, con nuove modalità di confronto basate sulla convergenza e sulla ricerca del consenso, si può arrivare molto lontano.

“SE NON ORA QUANDO” SUL DL SICUREZZA: “NON C’È POSSIBILE SCONFITTA DELLA VIOLENZA DI GENERE SENZA UN AMPIO LAVORO CULTURALE, PREVENTIVO, EDUCATIVO”





Come già sostenuto nella nostra campagna “Mai più complici”  e in tutti gli interventi che i comitati territoriali di “Se Non Ora Quando” hanno portato avanti -  in accordo con il trattato di Istanbul, la convenzione NO MORE, il Rapporto CEDAW e tutta la ricca elaborazione che arriva da anni di lavoro sul campo da parte di operatrici e donne competenti - la soluzione al problema della violenza di genere deve nascere dal riconoscimento che la questione non è emergenziale ma culturale e va cercata in un’ottica di educazione alla differenza di genere, alla prevenzione, alla autodeterminazione della donna.
Il termine “femminicidio” – che il movimento ha contribuito a diffondere – ha una sua cruciale importanza e deve essere adottato dalle istituzioni e dalla società tutta a significare la comprensione e la metabolizzazione del fatto che le donne vengono uccise “in quanto donne” e non per inesistenti questioni “passionali”. In questo senso le conclusioni del processo per l’uccisione di Stefania Noce che introducono per la prima volta nelle motivazioni di una sentenza il termine “femminicidio” e che condannano all’ergastolo in prima istanza l’assassino per premeditazione sono emblematiche della direzione che la giustizia e la applicazione della legge devono prendere nel nostro Paese.
Di fondamentale importanza, inoltre,  è il lavoro che i centri antiviolenza e gli operatori tutti stanno portando avanti perché le donne raggiungano una sempre maggiore consapevolezza e autonomia attraverso  un piano di contrasto alla violenza declinato in ogni possibile forma di “accompagnamento” nel percorso di fuoriuscita dalla violenza stessa.
Questo significa dunque che la presenza dello Stato all’interno della battaglia contro la violenza di genere deve prevedere un robusto intervento di sostegno alla rete dei centri, alle campagne di informazione ed educazione a partire dai giovani e giovanissimi,  a un piano complessivo e generale che comprenda anche un potenziamento delle possibilità occupazionali che rendano le donne maggiormente indipendenti e quindi meno ricattabili.
Esiste una legge, la 154/2001, che prevede già moltissimi interventi a contrasto della violenza domestica e non, integrata dalle successive specifiche contro lo stalking, ma che purtroppo non viene sufficientemente applicata.
Il DL sicurezza, varato ad agosto e contenente norme in materia di violenza contro le donne,   si inserisce certamente in un momento in cui il femminicidio, per i moltissimi casi che purtroppo si registrano quasi quotidianamente e per l’attenzione diversa che anche  i media vi riservano,  comincia ad essere percepito anche dall’opinione pubblica come espressione di una violenza tutta maschile perpetrata contro le donne.  In questo senso riteniamo che il DL  abbia, quindi,  il merito di richiamare all’attenzione della politica e del Paese tutto il problema della violenza e ci auguriamo possa fornire reali strumenti per  un’ applicazione più rigorosa della  la legge 154/2001.
Nondimeno nel DL sono contenuti alcuni elementi che ci preoccupano e che riteniamo presentino forti criticità:
*        non c’è un impegno concreto a investire in percorsi educativi e formazione;
*        non si prevedono finanziamenti ai centri antiviolenza e alle reti di supporto alle donne;
*        non si parla di centri di ascolto o percorsi formativi per gli uomini maltrattanti.
Entrando poi  nel merito di alcuni punti del decreto, osserviamo che:
*        la non revocabilità della querela da parte delle donne offese è un’arma a doppio taglio. Potrebbe essere applicata in maniera responsabile solo se si garantisse concretamente alle donne che le violenze non continuino, ma questo può avvenire solo se viene finanziata e fatta crescere la rete di supporto alle donne in ogni momento del percorso di distacco.
*        l’inasprimento della pena di un terzo nei casi in cui le violenze vengano perpetrate da un coniuge/partner rispecchia la frequenza dei femminicidi che avvengono in ambito domestico, ma rischia di discriminare tutte le altre situazioni di violenza.
Osserveremo dunque con interesse il prossimo percorso del decreto, augurandoci che le istituzioni vogliano accogliere, insieme alle nostre, le osservazioni che giungono da tutto il mondo femminile e da numerose voci competenti. Non c’è possibile sconfitta della violenza di genere senza un ampio lavoro culturale, preventivo, educativo.

LE ADESIONI

1) SNOQ TIGULLIO
2) SNOQ CITTADELLA
3) SNOQ VENEZIA
4) SNOQ NAPOLI
5) SNOQ ANCONA 13 FEBBRAIO
6) SNOQ TORINO
7) SNOQ ROMA
8) SNOQ SAN DONA'
9) SNOQ FACTORY
10) SNOQ BOLZANO AA EIZ
11) SNOQ LODI
12) SNOQ LOMBARDIA
13) SNOQ FIRENZE
14) SNOQ CERVETERI
15) SNOQ SAN BENEDETTO DEL TRONTO
16) RETE DONNE SNOQ CREMONA
17) SNOQ SALERNO
18) SNOQ LIVORNO
19) SNOQ PORDENONE
20) SNOQ TERAMO
21) SNOQ OSIMO
22) SNOQ REGGIO CALABRIA
23) SNOQ UDINE
24) SNOQ CAVA DE' TIRRENI
25) SNOQ CAGLIARI
26) SNOQ MASSA
27) SNOQ VALLO DI DIANO
28) SNOQ CUNEO
29) SNOQ PISA
30) SNOQ CHIETI
31) SNOQ SAPRI
32) SNOQ PULSANO
33) SNOQ CESANO MADERNO (MONZA BRIANZA)
34) SNOQ LA SPEZIA
35) SNOQ SANITA’
36) SNOQ MANTOVA
37) SNOQ PIOLTELLO
38) SNOQ TRENTINO
39)COMITATO DONNE MOGLIANO VENETO
40) SNOQ BIELLA
41) SNOQ SIENA
42) GRUPPO DONNE INFORMAZIONE


Contatti e info:

La viceministra Maria Cecilia Guerra parla all'Huffington Post: "Ecco quali cambiamenti vorrei introdurre"



Laura Eduati, L'Huffington Post  |  Pubblicato: 11/09/2013 
Non avrebbe potuto avvicinarsi all'ex fidanzata e invece, noncurante del decreto di allontanamento, un ventisettenne ha tentato di far esplodere l'appartamento della donna che lo aveva lasciato. Il caso di violenza di genere accaduto oggi a Civitavecchia sembra dare forza alle argomentazioni, espresse con forza dalle associazioni di settore, secondo le quali il decreto femminicidio ora in esame alla Commissione giustizia della Camera è insufficiente a contrastare gli abusi nei confronti delle donne e, come ha espresso Snoq, “riduce la violenza sulle donne a un problema di ordine pubblico”. Secondo l'Associazione nazionale magistrati, che ricalca il parere negativo dei penalisti, è addirittura “incoerente con il sistema penale”.
Questo tiro al piccione contro un decreto fortemente voluto da Enrico Letta non piace per nulla a colei che ha preso in mano le redini del Dipartimento per le Pari Opportunità, la viceministra al welfare Maria Cecilia Guerra. Finora rimasta in silenzio a studiare le deleghe ricevute dopo le dimissioni di Josefa Idem, ora vuole far sentire la propria voce: “Sono sul fronte insieme con coloro che vogliono combattere la violenza di genere e voglio centri antiviolenza in tutta Italia. Se il dl femminicidio presenta incongruenze, si può cambiare”. E anticipa il contenuto degli emendamenti che vuole presentare: “Nessun affidamento dei figli agli uomini che si sono macchiati di violenza di genere”. Mentre sul sessismo dei media ha un'idea precisa: “Rivedere la conduzione dei programmi televisivi: troppi uomini”.
Viceministra Guerra, secondo i suoi detrattori il dl femminicidio punta soltanto sulla repressione penale e non sulla prevenzione della violenza contro le donne. Cosa risponde?
Il decreto è aperto a cambiamenti e miglioramenti, e se vi sono incongruenze naturalmente potranno essere corrette in Parlamento. Si tratta di un primo importante intervento governativo e spero non rimarrà l'unico. Per questo invito a considerare i suoi innegabili aspetti positivi: per esempio per la prima volta nell'ordinamento italiano si introduce la definizione della violenza di genere secondo le indicazioni della Convenzione di Istanbul.
Molti lo leggono però come “poliziesco” e dunque inadatto a comprendere un fenomeno soprattutto culturale.
A coloro che pensano che contenga soprattutto un aspetto repressivo rispondo che invece la maggioranza delle disposizioni riguardano la prevenzione: la possibilità di arresto in flagranza per gli stalker, l'allontanamento immediato dall'abitazione della persona accusata di maltrattamenti, l'obbligo di avvisare sull'andamento del processo la vittima che ha denunciato affinché possa prendere contromisure legali o di sicurezza, ecco, tutte queste misure tendono a tutelare le donne prima che accada qualcosa di irreparabile.
Eppure, come nel caso di Civitavecchia, un ordine di allontanamento può essere facilmente eluso. Cosa ne pensa?
Il limite tra situazione di rischio e situazione fuori controllo è molto difficile da tracciare all'interno della violenza di genere ma sono convinta che il dl femminicidio aiuterà maggiormente le vittime grazie alle misure che ho appena elencato. Per esempio la possibilità di revocare il porto d'armi ad uno stalker è sicuramente positiva. Così come è positiva l'introduzione nel codice di procedura penale dell'obbligo di avvisare la denunciante quando il violento esce dal carcere o gli viene revocato l'ordine di allontanamento: in questo modo la vittima può premunirsi anche dal punto di vista legale.
Un altro aspetto controverso è il fatto che una denuncia per stalking sarà irrevocabile. Non rischia di indebolire ulteriormente le donne?
È la stessa Convenzione di Istanbul, ma anche le raccomandazioni internazionali, a prevedere che la vittima di violenza di genere debba avere un supporto giuridico di questo tipo. Sappiamo che molto spesso le denunce vengono ritirate perché le vittime subiscono ritorsioni e minacce da parte dei denunciati, oppure vivono una situazione di fragilità psicologica che può spingere a ritenere poco gravi questi reati. E peraltro prima della denuncia vera e propria per stalking è possibile chiedere un ammonimento allo stalker, e infine la vittima ha a disposizione 6 mesi per pensarci prima di compiere il passo decisivo.
Quali cambiamenti apporterebbe al decreto?
Personalmente presenterò degli emendamenti affinché nei casi di separazione non vengano affidati i figli ai genitori, spesso uomini, che si sono macchiati di maltrattamenti famigliari e violenze.
Nel dl femminicidio soltanto l'ultima parte del provvedimento è dedicato al Piano nazionale antiviolenza. Perché?
L'ho voluto fortemente. Contiene quelle misure che sono invocate specialmente dalle associazioni impegnate contro la violenza sulle donne e che ritengo siano fondamentali: la formazione delle forze dell'ordine e degli operatori sanitari, progetti educativi nelle scuole per insegnare ai ragazzi il rispetto nelle relazioni sentimentali, maggiore supporto finanziario ai centri anti-violenza.
Il decreto però non stanzia fondi per questi progetti, che rischiano dunque di rimanere sulla carta.
La definizione del Piano non prevede maggiori oneri per la finanza pubblica, ma quello che maggiormente importa sono i singoli progetti che nasceranno dal Piano e per i quali mi batterò affinché abbiano i fondi necessari che per il momento sono davvero esigui. Non vorrò finanziamenti una tantum ma fondi strutturali e allo stesso tempo cercherò di indirizzare questi fondi in modo che sul territorio, ovunque in Italia, possano esistere delle strutture adatte ad aiutare concretamente le vittime di violenza. Ci vorranno anni, sto parlando di un obiettivo di lungo respiro, e per questo voglio coinvolgere le amministrazioni locali per mettere in comune le buone pratiche. Parteciperanno tutte quelle amministrazioni, dalle asl alle forze di polizia, che dovranno mettersi in rete, mettere in comune le proprie banche dati, insomma creare un sistema: è per esempio l'ordine del giorno del prossimo incontro, lunedì, con la task force interministeriale creata da Josefa Idem.
La task-force interverrà anche sulla regolamentazione dell'immagine della donna nei media?
Un gruppo di lavoro è dedicato a questo tema, che in fondo riprende un tavolo messo in piedi a suo tempo da Elsa Fornero. Penso sia fondamentale e agiremo con un sistema di autoregolamentazione dei media, perché il problema non è soltanto l'immagine sessista ma anche la ruolizzazione della donna, spesso presentata come casalinga o valletta muta. Ad esempio ritengo necessario rivedere la conduzione dei programmi televisivi, troppo spesso affidati a uomini. Ci deve essere parità.

mercoledì 28 agosto 2013

Quella legge non è da buttare

L’Unità 28 agosto 2013 di FRANCESCA IZZO
Su questioni come la violenza contro le donne e i femminicidi, i toni netti e trancianti non sono certo i più adeguati. E questo vale anche per il giudizio sull’attuale decreto governativo all’esame del Parlamento.
Il movimento Snoq, molto responsabilmente, non lo ha osannato alla sua uscita e non lo rigetta ora che inizia il suo iter parlamentare. È in corso al suo interno, come racconta l’Unità del 26 agosto, una discussione vivace e non potrebbe essere diversamente, trattandosi di un movimento articolato, composito, plurale. Ma alcuni punti fermi mi pare utile richiamarli. La lotta alla violenza è sempre stata una priorità nell’azione di Snoq, un’azione che mira a modificare la cultura e le modalità con le quali combatterla.
Quando, in un clima di rassegnazione dell’opinione pubblica, lanciammo l’appello Mai più complici nel maggio 2012, (contribuendo a diffondere la parola femminicidio nel lin- guaggio dei media e ottenendo un larghissimo sostegno di donne e uomini) volevamo che tutti comprendessero che i femminicidi e la diffusa violenza contro le donne non erano frutto di una loro antica e permanente debolezza ma il segno della crisi dell’ordine patriarcale e della difficoltà di tanti, troppi uomini a riconoscere ed accettare la libertà femminile, nel privato come nel pubblico. Snoq ha detto perciò, da subito, che la violenza contro le donne è un problema degli uomini ed un problema politico di prima grandezza. Non si tratta di una questione sociale, culturale o educativa ma politica perché tocca i rapporti tra donne e uomini e come tale va affrontata, investendo politicamente tutti gli ambiti in cui si manifesta e chiamando gli uomini, nel privato come nel pubblico, a risponderne.
Per cambiare le mentalità occorre dunque tenere strettamente connessi cultura, diritto, leggi, perché le norme sono anch’esse cultura e perché gli interventi istituzionali segnalano che la violenza contro le donne diventa un problema dello Stato, ovvero un problema politico generale.
La campagna di Snoq, insieme a quelle di gruppi e associazioni, di singole ha avuto effetti diffusi in tutti i campi, dai media al Parlamento, dal teatro alle scuole. Fino al decreto legge del governo, oggetto in questi giorni di pubblico dibattito. Si dice da più parti che il decreto in sé non va bene, tradisce una logica emergenziale mentre gli interventi contro la violenza devono essere «strutturali». Un governo, come è noto, se vuole intervenire, ha a disposizione solo i decreti-leggi che devono poi passare al vaglio dei due rami del Parlamento (a meno che non ponga la fiducia). Dunque questo governo se voleva mostrare la sua attenzione e disponibilità a fare la sua parte in questo campo non aveva altro mezzo che un decreto. Quindi si tratta di valutarne il merito, fermo restando che il Parlamento avrà tutte le risorse per modificarlo e migliorarlo, anche con il supporto di un largo movimento di opinione, come si sta profilando con le audizioni già previste.
Venendo al merito, il decreto presenta alcune novità, a mio avviso, positive, mentre ci so- no mancanze che allarmano. Innanzitutto esso non solo costituisce un primo serio riconoscimento istituzionale della gravità degli atti di violenza compiuti contro le donne, ma ne specifica la natura domestica. Se ricordiamo quanta resistenza è stata opposta nella scorsa legislatura alla ratifica della Convenzione di Istanbul proprio in ragione della presenza del reato di violenza domestica, si comprende il salto di qualità politico compiuto. Per non dire delle misure che prevedono l’allontanamento dell’autore della violenza, insomma uscirebbe di casa lui mentre ora è costretta lei a cercare rifugio fuori di casa. I centri antiviolenza vanno sostenuti ed adeguatamente finanziati, ma dobbiamo sapere che non sono presenti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, e se non interviene un impegno del pubblico non pare possibile assicurare alle donne, a tutte le donne che ne hanno bisogno, assistenza e protezione. Dubbi sono stati avanzati circa gli inasprimenti delle pene connessi alle nuove misure.
Il punto è che servono ancora norme per dire che una donna non può morire presa a calci in un tinello e riconoscerlo può essere molto doloroso per tutte, ma è necessario chiamare in causa anche il codice penale se vogliamo affermare che quella donna è una persona e che polizia e magistratura devono adeguare le loro azioni e i loro giudizi.
Altri punti significativi come la testimonianza in modalità protetta; assistenza legale gratuita per la donna offesa; la formazione degli operatori o il sostegno alle immigrate vittime di violenza mi fanno ritenere che ci sia bisogno intorno a questo dl di una discussione, nel Parlamento e tra una vasta opinione pubblica, priva di pregiudizi intorno alle questioni controverse, come la querela non ritrattabile, e capace di affrontare i nodi lasciati insoluti. Come tutto il capitolo della prevenzione del tutto assente. Infatti essa deve riguardare l’indispensabile protezione delle vittime ma deve farsi carico anche degli uomini violenti sul piano della prevenzione, rieducazione e repressione altrimenti cambierà molto poco nelle nostre vite. Inoltre va assolutamente diradata la nebulosità in cui è lasciata la copertura finanziaria necessaria a far fronte non solo alle innovazioni previste, ma anche a quelle che bisogna introdurre.

venerdì 23 agosto 2013

Da “Mai più complici” al decreto sul femminicidio

di Laura Onofri, SNOQ Torino
Per concludere, con la pausa estiva, le riflessioni sul decreto legge sul femminicidio, mi sembra giusto ricordare che Se Non Ora Quando ha posto pubblicamente e costantemente la drammatica situazione italiana sulla violenza contro le donne dall’aprile del 2012 quando fu lanciato l’appello MAI PIU’ COMPLICI, appello firmato da circa 60 mila persone e di cui riporto qui qualche stralcio:
….Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro libertà.
E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore……
Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla.

Questa campagna è stata importante per aver fatto riflettere tanti, persino la nazionale di calcio, su questo tema e per averlo portato alla luce nella sua drammaticità, continuando brutalmente a a tenere il conto delle donne uccise per far constatare che anche numericamene il problema assumeva una rilevanza che non poteva più essere taciuta; per aver ricordato ai media di come il racconto di questi femminicidi non poteva continuare ad usare parole sbagliate, ingannevoli, uccidendo, se possibile, queste donne una seconda volta; per aver chiamato gli uomini a parlarne, a confrontarsi perchè non ci può essere soluzione al problema se non lo si affronta insieme.
E’ stata importante per tutto il nostro movimento, perchè capillarmente tutti i Comitati si sono mobilitati con azioni plurime, diverse per modalità, forme, linguaggi, ma che hanno sempre focalizzato il problema e sono arrivati anche là dove di violenza si parlava solo fra addetti ai lavori.
Non ultimo il lavoro nelle scuole con il nostro progetto “Potere alla parola”, ma anche con altri, che vari Comitati stanno laboriosamente organizzando per cercare di sensibilizzare i più giovani, quelli che spesso la violenza la agiscono perchè nel nostro Paese non si è mai fatta realmente un’opera di prevenzione e sensibilizzazione reale, concreta.
Questo percorso è stato costellato da tanti fatti, tante azioni anche positive come quella che ci ricordal’avvocata Antonella Anselmo:
“Si e’ concluso pochi mesi fa il processo che condanna l’assassino di Stefania Noce, giovane ragazza di Snoq Catania, uccisa dal suo ex e per la prima volta la sentenza parla di femminicidio”
Ma la strada è ancora lunga ed in salita e questo decreto è pieno di qualche luce e molte ombre:
è importante perchè è un atto governativo di riconoscimento politico della grave questione, tanto da ricorrere ad un decreto legge (necessita’ e urgenza) che si spera non precluda futuri interventi strutturali e organici, peraltro già in corso negli ordinari iter parlamentari. Inoltre più che interventi di inasprimento, di diritto sostanziale (ce n’è qualcuno, ma le principali fattispecie di reato erano già contemplate) il decreto introduce piuttosto meccanismi processuali e cautelari e dunque limitati alle sole vicende del processo, per sostenere le donne, anche economicamente (es assistenza legale gratuita indipendentemente dal reddito, testimonianze protette… permesso di soggiorno alle donne immigrate)
In ombra sembra essere tutto il resto (che e’ un mare magnum come sappiamo): manca un chiaro e massiccio impegno statale ad essere presente su tutti i fronti ( prevenzione, educazione, formazione degli operatori, finanziamenti ai centri antiviolenza) Per adempiere agli obblighi internazionali manca soprattutto una vera pianificazione di sistema su tutto il territorio nazionale.
Noi comunque continueremo a far sentire la nostra voce, come abbiamo fatto in quest’ultimo anno e a pretendere che il tema della violenza conro le donne sia affrontato in maniera strutturale, dando ascolto a coloro che sul campo attivamente e concretamente si battono da anni.

La vera risposta alla violenza

Il New York Times commenta la normativa italiana contro il femminicidio

La vera risposta alla violenza
A pochi giorni dall'approvazione del decreto anti femminicidio da parte del Consiglio dei Ministri italiano, Elisabetta Povoledo per il New York Times ha dato voce alle critiche sorte riguardo alla strategia adottata dal governo.
Secondo alcuni esperti, infatti, il decreto - pur avendo il merito di focalizzare finalmente l'attenzione sulla violenza e gli abusi domestici - mancherebbe il suo bersaglio. Ciò che serve all'Italia non sarebbero leggi più severe, ma una migliore rete di assistenza psicologica, legale ed economica per le donne che decidono di porre fine a una relazione violenta.
Nei suoi 12 punti, la misura aumenta le pene previste per i reati di stalking, violenza sessuale e violenza domestica, e stabilisce forme di protezione per alcune categorie di donne più vulnerabili, comprese quelle non munite di permesso di soggiorno. Per il premier Letta essa costituisce "il segno di un cambiamento radicale sul tema".
Non tutti sono d'accordo. Barbara Spinelli, un avvocato femminista che ha scritto una relazione sulla violenza domestica per le Nazioni Unite, dice che apportare modifiche al sistema penale senza affrontare la questione di come tutelare le donne vuol dire chiudere gli occhi davanti alla realtà. Ciò che serve, secondo lei, sono delle riforme strutturali.
Un problema che il decreto non affronta, ad esempio, è quello di fornire accoglienza alle donne maltrattate. A Roma il principale luogo in cui esse possono rifugiarsi è un appartamento da tre stanze vicino gli studi televisivi di Cinecittà. La struttura dovrebbe coprire le esigenze dell'intero Lazio e del centro Italia, ma non può accogliere più di tre donne per volta e per una settimana al massimo.
Secondo le raccomandazioni di una task force del Consiglio d'Europa, i paesi europei dovrebbero avere un posto di accoglienza per ogni 10.000 residenti, riporta il New York Times. Con questa misura, l'Italia dovrebbe avere circa 5.700 posti disponibili per le donne nei rifugi a livello nazionale, ma al momento ne conta solamente 500.
"Il messaggio che arriva alle vittime è: stai a casa, perché se te ne vai non c'è nulla, o molto poco, che possa aiutarti", afferma Emanuela Donato, che lavora per "SOS Donna H24", il servizio di assistenza 24 ore al giorno per le vittime di violenza domestica.
Secondo uno studio realizzato da Eures, un'agenzia dell'Unione europea che controlla gli affari sociali, tra il 2000 e il 2012 sono state 2.200 le donne assassinate in Italia. In media si tratta circa di un omicidio ogni due giorni. Di queste il 75 per cento è stato ucciso dal partner o dall'ex partner. Le Nazioni Unite riportano inoltre, che il 90% delle donne italiane stuprate o che hanno subito abusi, non si è rivolta alla polizia.

martedì 13 agosto 2013

Non basta un decreto

di Michela Marzano
in “la Repubblica” del 13 agosto 2013
Il corpodi Lucia Bellucci è stato trovato chiuso nell’auto dell’ex fidanzato. L’ennesimo cadavere. L’ennesimo femminicidio.
Un’ennesima tragedia che — come si dice sempre dopo — forse si poteva evitare. Dopo, sì. Se Lucia avesse denunciato l’ex compagno. Se la sua denuncia per stalking fosse stata ascoltata davvero. Se, soprattutto, le vittime fossero realmente protette. Ma le loro storie, così diverse, hanno spesso una solitudine in comune. Cristina Biagi, uccisa a Massa dall’ex marito il 28 luglio scorso, aveva sporto denuncia per stalking. Esattamente come Erika Ciurlo, assassinata a Taurisano il 29 luglio. L’aveva fatto anche Tiziana Rizzi, accoltellata in provincia di Pavia l’8 luglio e Marta Forlan, uccisa con diversi colpi di arma da fuoco in provincia di Cuneo. Sono donne e ragazze che, anche dopo aver denunciato i propri mariti, compagni, amanti ed ex, continuano a morire non solo a causa della gelosia, della smania di possesso e della violenza insopportabile degli uomini, ma anche per colpa della mentalità e dell’inefficienza di un paese che non riesce ancora a trovare un modo per ascoltarle, aiutarle e proteggerle. Ormai è quasi ogni due giorni che, in Italia, si registra un femminicidio: sono 78 dall’inizio dell’anno. Nonostante le denunce. Nonostante la legge contro lo stalking in vigore dal 2009 e tutte le altre misure recentemente adottate.
Certo, l’8 agosto, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che riguarda proprio la lotta contro la violenza nei confronti delle donne. Certo, questo nuovo decreto, che la Presidente della Camera ha annunciato di voler incardinare in Aula tra il 19 e il 20 agosto, prevede querele irrevocabili nei confronti degli uomini violenti, arresti obbligatori per maltrattamento e stalking, molteplici aggravanti nei confronti dei coniugi e compagni, processi più rapidi verso i presunti colpevoli. Ma si può anche solo immaginare che la repressione possa permettere di risolvere questa piaga contemporanea? Non è solo con un decreto che si possono proteggere veramente le vittime della violenza maschile e prevenire tragedie come quelle cui si sta assistendo impotenti da ormai troppo tempo.
Il dramma delle violenze contro le donne è sintomatico di una società che ha ormai perso tutta una serie di parametri di riferimento. Non è solo una questione di ignoranza e di non-rispetto delle regole della civiltà. È anche e soprattutto un problema di immaturità e di narcisismo. Sono troppi coloro che, insicuri e forse bisognosi di affetto, considerano come un proprio diritto impossessarsi dell’altro e di trasformarlo in un oggetto. Sono troppi coloro che, respinti e allontanati, vivono il rigetto con rancore e risentimento, come se il semplice “no” di una donna li svuotasse di senso. Ecco perché non si tratta di un problema solo legato al tradizionalismo maschilista del passato, ma anche alla fragilità identitaria dell’uomo contemporaneo. Al giorno d’oggi, gli uomini violenti appartengono a qualunque classe sociale e ceto, e alcuni sono anche celebri professionisti. Non conta né il rango sociale, né la situazione economica. Conta la loro incapacità di sopportare la perdita, come se il semplice fatto di perdere la propria donna significasse una perdita d’identità. Il dramma della violenza non lo si può solo combattere con il rigore delle leggi — anche se le denunce per stalking dovrebbero implicare una reale protezione delle vittime, impedendo per esempio il contatto con gli uomini che le hanno minacciate. Non ci si può solo limitare ad annunciare pene più severe, perché nonostante il carattere dissuasivo delle pene non è mai la legge che ha potuto impedire l’esistenza di crimini e delitti. Per contrastare le violenze contro le donne, c’è bisogno di ripensare anche le relazioni umane.
La violenza non la si può eliminare del tutto. Ma la si può e la si deve contenere. E per farlo, la chiave è e sarà sempre l’educazione. Per far capire a tutti e tutte, fin da piccoli, che il proprio valore è intrinseco e non strumentale; che ogni persona, a differenza delle cose che hanno un prezzo, non ha mai un prezzo ma una dignità; che la dignità non dipende da quello che gli altri pensano di noi, da quello che gli altri ci dicono o meno, da quello che gli altri ci fanno. Non si può combattere la violenza se non si educano le donne alla consapevolezza del proprio valore e della propria libertà. Esattamente come non si può combattere la violenza se non si educano gli uomini alla consapevolezza del valore e della libertà altrui.