Il movimento SE NON ORA QUANDO, nato dalle piazze il 13
febbraio 2011 e consolidatosi alla fine dell’incontro nazionale di Siena
dello stesso anno, è arrivato a una nuova svolta.
Da più di due anni, nei territori di tutta Italia si sta lavorando sui
temi cari alle donne e presenti all’interno della agenda politica Snoq
(lavoro, salute, rappresentanza, rappresentazione, violenza di genere,
welfare, ecc.) e SNOQ è oramai parte della realtà sociale.
Le donne protagoniste di questa pagina importante dell’attività politica
e della vita culturale del nostro Paese sono arrivate alla conclusione
che è giunto il momento di darsi una nuova struttura, un contenitore di
pensiero e di azioni che permetta a tutte di agire quel pluralismo e
quella condivisione che sono alla base dei documenti fondativi e che
costituiscono il tratto distintivo del movimento.
Il Comitato Promotore che per primo ha dato impulso a Snoq ha lasciato
il passo a un nuovo coordinamento nazionale che ha il mandato di
organizzare la prima assemblea nazionale di questa nuova fase. Tale
coordinamento, composto dalle portavoce dei comitati territoriali e
tematici e da due gruppi generati dallo scioglimento del Comitato
Promotore, Snoq Factory e Snoq Libere, ha un carattere di funzionalità
nei confronti della assemblea nazionale che rimane comunque il momento
sovrano nella vita del movimento.
L’assemblea nazionale, prevista per ottobre, servirà a definire temi,
campagne, strategie di azione e la riorganizzazione dei comitati, in
grado di rispondere a un movimento in crescita, che vuole essere un
solido punto di riferimento per tutte le donne.
Per una migliore realizzazione di questo obiettivo, dal primo incontro
del Coordinamento è stata allargata la struttura che curerà la
comunicazione esterna del movimento e consentirà di mantenere attiva e
puntuale la presenza di Snoq sui media e sui social network.
Nonostante il processo di riorganizzazione del movimento non sia facile,
le donne hanno dimostrato e stanno dimostrando che assieme, con nuove
modalità di confronto basate sulla convergenza e sulla ricerca del
consenso, si può arrivare molto lontano.
Come già sostenuto nella nostra campagna “Mai più
complici”e in tutti gli interventi che
i comitati territoriali di “Se Non Ora Quando” hanno portato avanti -in accordo con il trattato di Istanbul, la
convenzione NO MORE, il Rapporto CEDAW e tutta la ricca elaborazione che arriva
da anni di lavoro sul campo da parte di operatrici e donne competenti - la
soluzione al problema della violenza di genere deve nascere dal riconoscimento
che la questione non è emergenziale ma culturale e va cercata in un’ottica di
educazione alla differenza di genere, alla prevenzione, alla autodeterminazione
della donna.
Il termine “femminicidio” – che il movimento ha contribuito a
diffondere – ha una sua cruciale importanza e deve essere adottato dalle
istituzioni e dalla società tutta a significare la comprensione e la
metabolizzazione del fatto che le donne vengono uccise “in quanto donne” e non
per inesistenti questioni “passionali”. In questo senso le conclusioni del
processo per l’uccisione di Stefania Noce che introducono per la prima volta
nelle motivazioni di una sentenza il termine “femminicidio” e che condannano
all’ergastolo in prima istanza l’assassino per premeditazione sono emblematiche
della direzione che la giustizia e la applicazione della legge devono prendere
nel nostro Paese.
Di fondamentale importanza, inoltre,è il lavoro che i centri antiviolenza e gli
operatori tutti stanno portando avanti perché le donne raggiungano una sempre
maggiore consapevolezza e autonomia attraversoun piano di contrasto alla violenza declinato in ogni possibile forma di
“accompagnamento” nel percorso di fuoriuscita dalla violenza stessa.
Questo significa dunque che la presenza dello Stato
all’interno della battaglia contro la violenza di genere deve prevedere un
robusto intervento di sostegno alla rete dei centri, alle campagne di
informazione ed educazione a partire dai giovani e giovanissimi,a un piano complessivo e generale che
comprenda anche un potenziamento delle possibilità occupazionali che rendano le
donne maggiormente indipendenti e quindi meno ricattabili.
Esiste una legge, la 154/2001, che prevede già moltissimi
interventi a contrasto della violenza domestica e non, integrata dalle successive
specifiche contro lo stalking, ma che purtroppo non viene sufficientemente
applicata.
Il DL sicurezza, varato ad agosto e contenente norme in
materia di violenza contro le donne,si
inserisce certamente in un momento in cui il femminicidio, per i moltissimi
casi che purtroppo si registrano quasi quotidianamente e per l’attenzione
diversa che anchei media vi
riservano,comincia ad essere percepito
anche dall’opinione pubblica come espressione di una violenza tutta maschile
perpetrata contro le donne.In questo senso riteniamo che il DLabbia, quindi,il merito di richiamare all’attenzione della
politica e del Paese tutto il problema della violenza e ci auguriamo possa
fornire reali strumenti perun’
applicazione più rigorosa dellala legge
154/2001.
Nondimeno nel DL sono
contenuti alcuni elementi che ci preoccupano e che riteniamo presentino forti
criticità:
non c’è un impegno concreto a
investire in percorsi educativi e formazione;
non si prevedono finanziamenti ai
centri antiviolenza e alle reti di supporto alle donne;
non si parla di centri di ascolto o
percorsi formativi per gli uomini maltrattanti.
Entrando poinel merito di alcuni punti del decreto,
osserviamo che:
la non revocabilità della querela da
parte delle donne offese è un’arma a doppio taglio. Potrebbe essere applicata
in maniera responsabile solo se si garantisse concretamente alle donne che le
violenze non continuino, ma questo può avvenire solo se viene finanziata e
fatta crescere la rete di supporto alle donne in ogni momento del percorso di
distacco.
l’inasprimento della pena di un terzo
nei casi in cui le violenze vengano perpetrate da un coniuge/partner rispecchia
la frequenza dei femminicidi che avvengono in ambito domestico, ma rischia di
discriminare tutte le altre situazioni di violenza.
Osserveremo
dunque con interesse il prossimo percorso del decreto, augurandoci che le
istituzioni vogliano accogliere, insieme alle nostre, le osservazioni che
giungono da tutto il mondo femminile e da numerose voci competenti. Non c’è
possibile sconfitta della violenza di genere senza un ampio lavoro culturale,
preventivo, educativo.
Laura Eduati, L'Huffington Post | Pubblicato: 11/09/2013
Non avrebbe potuto avvicinarsi all'ex fidanzata e invece, noncurante del
decreto di allontanamento, un ventisettenne ha tentato di far esplodere
l'appartamento della donna che lo aveva lasciato. Il caso di violenza di genere
accaduto oggi a Civitavecchia sembra dare forza alle argomentazioni, espresse
con forza dalle associazioni di settore, secondo le quali il decreto
femminicidio ora in esame alla Commissione giustizia della Camera è
insufficiente a contrastare gli abusi nei confronti delle donne e, come ha
espresso Snoq, “riduce la violenza sulle donne a un problema di ordine
pubblico”. Secondo l'Associazione nazionale magistrati, che ricalca il parere
negativo dei penalisti, è addirittura “incoerente con il sistema penale”.
Questo tiro al piccione contro un decreto fortemente voluto da Enrico Letta
non piace per nulla a colei che ha preso in mano le redini del Dipartimento per
le Pari Opportunità, la viceministra al welfare Maria Cecilia Guerra. Finora
rimasta in silenzio a studiare le deleghe ricevute dopo le dimissioni di Josefa
Idem, ora vuole far sentire la propria voce: “Sono sul fronte insieme con
coloro che vogliono combattere la violenza di genere e voglio centri
antiviolenza in tutta Italia. Se il dl femminicidio presenta incongruenze, si
può cambiare”. E anticipa il contenuto degli emendamenti che vuole presentare:
“Nessun affidamento dei figli agli uomini che si sono macchiati di violenza di
genere”. Mentre sul sessismo dei media ha un'idea precisa: “Rivedere la
conduzione dei programmi televisivi: troppi uomini”. Viceministra Guerra, secondo i suoi detrattori il dl femminicidio
punta soltanto sulla repressione penale e non sulla prevenzione della violenza
contro le donne. Cosa risponde?
Il decreto è aperto a cambiamenti e miglioramenti, e se vi sono incongruenze
naturalmente potranno essere corrette in Parlamento. Si tratta di un primo
importante intervento governativo e spero non rimarrà l'unico. Per questo invito
a considerare i suoi innegabili aspetti positivi: per esempio per la prima
volta nell'ordinamento italiano si introduce la definizione della violenza di
genere secondo le indicazioni della Convenzione di Istanbul. Molti lo leggono però come “poliziesco” e dunque inadatto a
comprendere un fenomeno soprattutto culturale.
A coloro che pensano che contenga soprattutto un aspetto repressivo rispondo
che invece la maggioranza delle disposizioni riguardano la prevenzione: la
possibilità di arresto in flagranza per gli stalker, l'allontanamento immediato
dall'abitazione della persona accusata di maltrattamenti, l'obbligo di avvisare
sull'andamento del processo la vittima che ha denunciato affinché possa
prendere contromisure legali o di sicurezza, ecco, tutte queste misure tendono
a tutelare le donne prima che accada qualcosa di irreparabile. Eppure, come nel caso di Civitavecchia, un ordine di allontanamento
può essere facilmente eluso. Cosa ne pensa?
Il limite tra situazione di rischio e situazione fuori controllo è molto
difficile da tracciare all'interno della violenza di genere ma sono convinta
che il dl femminicidio aiuterà maggiormente le vittime grazie alle misure che
ho appena elencato. Per esempio la possibilità di revocare il porto d'armi ad
uno stalker è sicuramente positiva. Così come è positiva l'introduzione nel
codice di procedura penale dell'obbligo di avvisare la denunciante quando il
violento esce dal carcere o gli viene revocato l'ordine di allontanamento: in
questo modo la vittima può premunirsi anche dal punto di vista legale. Un altro aspetto controverso è il fatto che una denuncia per
stalking sarà irrevocabile. Non rischia di indebolire ulteriormente le donne?
È la stessa Convenzione di Istanbul, ma anche le raccomandazioni
internazionali, a prevedere che la vittima di violenza di genere debba avere un
supporto giuridico di questo tipo. Sappiamo che molto spesso le denunce vengono
ritirate perché le vittime subiscono ritorsioni e minacce da parte dei
denunciati, oppure vivono una situazione di fragilità psicologica che può
spingere a ritenere poco gravi questi reati. E peraltro prima della denuncia
vera e propria per stalking è possibile chiedere un ammonimento allo stalker, e
infine la vittima ha a disposizione 6 mesi per pensarci prima di compiere il
passo decisivo. Quali cambiamenti apporterebbe al decreto?
Personalmente presenterò degli emendamenti affinché nei casi di separazione
non vengano affidati i figli ai genitori, spesso uomini, che si sono macchiati
di maltrattamenti famigliari e violenze. Nel dl femminicidio soltanto l'ultima parte del provvedimento è
dedicato al Piano nazionale antiviolenza. Perché?
L'ho voluto fortemente. Contiene quelle misure che sono invocate
specialmente dalle associazioni impegnate contro la violenza sulle donne e che
ritengo siano fondamentali: la formazione delle forze dell'ordine e degli
operatori sanitari, progetti educativi nelle scuole per insegnare ai ragazzi il
rispetto nelle relazioni sentimentali, maggiore supporto finanziario ai centri
anti-violenza. Il decreto però non stanzia fondi per questi progetti, che rischiano
dunque di rimanere sulla carta.
La definizione del Piano non prevede maggiori oneri per la finanza pubblica,
ma quello che maggiormente importa sono i singoli progetti che nasceranno dal
Piano e per i quali mi batterò affinché abbiano i fondi necessari che per il
momento sono davvero esigui. Non vorrò finanziamenti una tantum ma fondi
strutturali e allo stesso tempo cercherò di indirizzare questi fondi in modo
che sul territorio, ovunque in Italia, possano esistere delle strutture adatte
ad aiutare concretamente le vittime di violenza. Ci vorranno anni, sto parlando
di un obiettivo di lungo respiro, e per questo voglio coinvolgere le
amministrazioni locali per mettere in comune le buone pratiche. Parteciperanno
tutte quelle amministrazioni, dalle asl alle forze di polizia, che dovranno
mettersi in rete, mettere in comune le proprie banche dati, insomma creare un
sistema: è per esempio l'ordine del giorno del prossimo incontro, lunedì, con
la task force interministeriale creata da Josefa Idem. La task-force interverrà anche sulla regolamentazione dell'immagine
della donna nei media?
Un gruppo di lavoro è dedicato a questo tema, che in fondo riprende un
tavolo messo in piedi a suo tempo da Elsa Fornero. Penso sia fondamentale e
agiremo con un sistema di autoregolamentazione dei media, perché il problema
non è soltanto l'immagine sessista ma anche la ruolizzazione della donna,
spesso presentata come casalinga o valletta muta. Ad esempio ritengo necessario
rivedere la conduzione dei programmi televisivi, troppo spesso affidati a
uomini. Ci deve essere parità.
L’Unità 28 agosto 2013 di FRANCESCA IZZO
Su questioni come la violenza contro le donne e i femminicidi, i toni
netti e trancianti non sono certo i più adeguati. E questo vale anche
per il giudizio sull’attuale decreto governativo all’esame del
Parlamento. Il movimento Snoq, molto responsabilmente, non lo ha osannato alla sua
uscita e non lo rigetta ora che inizia il suo iter parlamentare. È in
corso al suo interno, come racconta l’Unità del 26 agosto, una
discussione vivace e non potrebbe essere diversamente, trattandosi di un
movimento articolato, composito, plurale. Ma alcuni punti fermi mi pare
utile richiamarli. La lotta alla violenza è sempre stata una priorità
nell’azione di Snoq, un’azione che mira a modificare la cultura e le
modalità con le quali combatterla. Quando, in un clima di rassegnazione dell’opinione pubblica, lanciammo
l’appello Mai più complici nel maggio 2012, (contribuendo a diffondere
la parola femminicidio nel lin- guaggio dei media e ottenendo un
larghissimo sostegno di donne e uomini) volevamo che tutti
comprendessero che i femminicidi e la diffusa violenza contro le donne
non erano frutto di una loro antica e permanente debolezza ma il segno
della crisi dell’ordine patriarcale e della difficoltà di tanti, troppi
uomini a riconoscere ed accettare la libertà femminile, nel privato come
nel pubblico. Snoq ha detto perciò, da subito, che la violenza contro
le donne è un problema degli uomini ed un problema politico di prima
grandezza. Non si tratta di una questione sociale, culturale o educativa
ma politica perché tocca i rapporti tra donne e uomini e come tale va
affrontata, investendo politicamente tutti gli ambiti in cui si
manifesta e chiamando gli uomini, nel privato come nel pubblico, a
risponderne.
Per cambiare le mentalità occorre dunque tenere strettamente connessi
cultura, diritto, leggi, perché le norme sono anch’esse cultura e perché
gli interventi istituzionali segnalano che la violenza contro le donne
diventa un problema dello Stato, ovvero un problema politico generale.
La campagna di Snoq, insieme a quelle di gruppi e associazioni, di
singole ha avuto effetti diffusi in tutti i campi, dai media al
Parlamento, dal teatro alle scuole. Fino al decreto legge del governo,
oggetto in questi giorni di pubblico dibattito. Si dice da più parti che
il decreto in sé non va bene, tradisce una logica emergenziale mentre
gli interventi contro la violenza devono essere «strutturali». Un
governo, come è noto, se vuole intervenire, ha a disposizione solo i
decreti-leggi che devono poi passare al vaglio dei due rami del
Parlamento (a meno che non ponga la fiducia). Dunque questo governo se
voleva mostrare la sua attenzione e disponibilità a fare la sua parte in
questo campo non aveva altro mezzo che un decreto. Quindi si tratta di
valutarne il merito, fermo restando che il Parlamento avrà tutte le
risorse per modificarlo e migliorarlo, anche con il supporto di un largo
movimento di opinione, come si sta profilando con le audizioni già
previste.
Venendo al merito, il decreto presenta alcune novità, a mio avviso,
positive, mentre ci so- no mancanze che allarmano. Innanzitutto esso non
solo costituisce un primo serio riconoscimento istituzionale della
gravità degli atti di violenza compiuti contro le donne, ma ne specifica
la natura domestica. Se ricordiamo quanta resistenza è stata opposta
nella scorsa legislatura alla ratifica della Convenzione di Istanbul
proprio in ragione della presenza del reato di violenza domestica, si
comprende il salto di qualità politico compiuto. Per non dire delle
misure che prevedono l’allontanamento dell’autore della violenza,
insomma uscirebbe di casa lui mentre ora è costretta lei a cercare
rifugio fuori di casa. I centri antiviolenza vanno sostenuti ed
adeguatamente finanziati, ma dobbiamo sapere che non sono presenti in
modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, e se non interviene un
impegno del pubblico non pare possibile assicurare alle donne, a tutte
le donne che ne hanno bisogno, assistenza e protezione. Dubbi sono stati
avanzati circa gli inasprimenti delle pene connessi alle nuove misure. Il punto è che servono ancora norme per dire che una donna non può
morire presa a calci in un tinello e riconoscerlo può essere molto
doloroso per tutte, ma è necessario chiamare in causa anche il codice
penale se vogliamo affermare che quella donna è una persona e che
polizia e magistratura devono adeguare le loro azioni e i loro giudizi. Altri punti significativi come la testimonianza in modalità protetta;
assistenza legale gratuita per la donna offesa; la formazione degli
operatori o il sostegno alle immigrate vittime di violenza mi fanno
ritenere che ci sia bisogno intorno a questo dl di una discussione, nel
Parlamento e tra una vasta opinione pubblica, priva di pregiudizi
intorno alle questioni controverse, come la querela non ritrattabile, e
capace di affrontare i nodi lasciati insoluti. Come tutto il capitolo
della prevenzione del tutto assente. Infatti essa deve riguardare
l’indispensabile protezione delle vittime ma deve farsi carico anche
degli uomini violenti sul piano della prevenzione, rieducazione e
repressione altrimenti cambierà molto poco nelle nostre vite. Inoltre va
assolutamente diradata la nebulosità in cui è lasciata la copertura
finanziaria necessaria a far fronte non solo alle innovazioni previste,
ma anche a quelle che bisogna introdurre.
di Laura Onofri, SNOQ Torino
Per concludere, con la pausa estiva, le riflessioni sul decreto legge
sul femminicidio, mi sembra giusto ricordare che Se Non Ora Quando ha
posto pubblicamente e costantemente la drammatica situazione italiana
sulla violenza contro le donne dall’aprile del 2012 quando fu lanciato
l’appello MAI PIU’ COMPLICI, appello firmato da circa 60 mila persone e
di cui riporto qui qualche stralcio: ….Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus,
amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e
il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la
responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il
loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di
bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’
tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti
interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la
responsabilità di chi le uccide perché incapace di accettare la loro
libertà.
E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio,
chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare
insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore……
Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la
violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo,
sceglie di assecondarla.
Questa campagna è stata importante per aver fatto riflettere tanti,
persino la nazionale di calcio, su questo tema e per averlo portato alla
luce nella sua drammaticità, continuando brutalmente a a tenere il
conto delle donne uccise per far constatare che anche numericamene il
problema assumeva una rilevanza che non poteva più essere taciuta; per
aver ricordato ai media di come il racconto di questi femminicidi non
poteva continuare ad usare parole sbagliate, ingannevoli, uccidendo, se
possibile, queste donne una seconda volta; per aver chiamato gli uomini a
parlarne, a confrontarsi perchè non ci può essere soluzione al problema
se non lo si affronta insieme.
E’ stata importante per tutto il nostro movimento, perchè
capillarmente tutti i Comitati si sono mobilitati con azioni plurime,
diverse per modalità, forme, linguaggi, ma che hanno sempre focalizzato
il problema e sono arrivati anche là dove di violenza si parlava solo
fra addetti ai lavori.
Non ultimo il lavoro nelle scuole con il nostro progetto “Potere alla
parola”, ma anche con altri, che vari Comitati stanno laboriosamente
organizzando per cercare di sensibilizzare i più giovani, quelli che
spesso la violenza la agiscono perchè nel nostro Paese non si è mai
fatta realmente un’opera di prevenzione e sensibilizzazione reale,
concreta.
Questo percorso è stato costellato da tanti fatti, tante azioni anche
positive come quella che ci ricordal’avvocata Antonella Anselmo:
“Si e’ concluso pochi mesi fa il processo che condanna l’assassino di
Stefania Noce, giovane ragazza di Snoq Catania, uccisa dal suo ex e per
la prima volta la sentenza parla di femminicidio”
Ma la strada è ancora lunga ed in salita e questo decreto è pieno di qualche luce e molte ombre:
è importante perchè è un atto governativo di riconoscimento politico
della grave questione, tanto da ricorrere ad un decreto legge
(necessita’ e urgenza) che si spera non precluda futuri interventi
strutturali e organici, peraltro già in corso negli ordinari iter
parlamentari. Inoltre più che interventi di inasprimento, di diritto
sostanziale (ce n’è qualcuno, ma le principali fattispecie di reato
erano già contemplate) il decreto introduce piuttosto meccanismi
processuali e cautelari e dunque limitati alle sole vicende del
processo, per sostenere le donne, anche economicamente (es assistenza
legale gratuita indipendentemente dal reddito, testimonianze protette…
permesso di soggiorno alle donne immigrate)
In ombra sembra essere tutto il resto (che e’ un mare magnum come
sappiamo): manca un chiaro e massiccio impegno statale ad essere
presente su tutti i fronti ( prevenzione, educazione, formazione degli
operatori, finanziamenti ai centri antiviolenza) Per adempiere agli
obblighi internazionali manca soprattutto una vera pianificazione di
sistema su tutto il territorio nazionale.
Noi comunque continueremo a far sentire la nostra voce, come abbiamo
fatto in quest’ultimo anno e a pretendere che il tema della violenza
conro le donne sia affrontato in maniera strutturale, dando ascolto a
coloro che sul campo attivamente e concretamente si battono da anni.
La vera risposta alla violenza
Il New York Times commenta la normativa italiana contro il femminicidio
A
pochi giorni dall'approvazione del decreto anti femminicidio da parte
del Consiglio dei Ministri italiano, Elisabetta Povoledo per il New York Times ha dato voce alle critiche sorte riguardo alla strategia adottata dal governo.
Secondo
alcuni esperti, infatti, il decreto - pur avendo il merito di
focalizzare finalmente l'attenzione sulla violenza e gli abusi domestici
- mancherebbe il suo bersaglio. Ciò che serve all'Italia non sarebbero
leggi più severe, ma una migliore rete di assistenza psicologica, legale
ed economica per le donne che decidono di porre fine a una relazione
violenta.
Nei suoi 12 punti, la misura aumenta le pene previste
per i reati di stalking, violenza sessuale e violenza domestica, e
stabilisce forme di protezione per alcune categorie di donne più
vulnerabili, comprese quelle non munite di permesso di soggiorno. Per il
premier Letta essa costituisce "il segno di un cambiamento radicale sul
tema".
Non tutti sono d'accordo. Barbara Spinelli, un avvocato
femminista che ha scritto una relazione sulla violenza domestica per le
Nazioni Unite, dice che apportare modifiche al sistema penale senza
affrontare la questione di come tutelare le donne vuol dire chiudere gli
occhi davanti alla realtà. Ciò che serve, secondo lei, sono delle
riforme strutturali.
Un problema che il decreto non affronta, ad
esempio, è quello di fornire accoglienza alle donne maltrattate. A Roma
il principale luogo in cui esse possono rifugiarsi è un appartamento da
tre stanze vicino gli studi televisivi di Cinecittà. La struttura
dovrebbe coprire le esigenze dell'intero Lazio e del centro Italia, ma
non può accogliere più di tre donne per volta e per una settimana al
massimo.
Secondo le raccomandazioni di una task force del
Consiglio d'Europa, i paesi europei dovrebbero avere un posto di
accoglienza per ogni 10.000 residenti, riporta il New York Times. Con
questa misura, l'Italia dovrebbe avere circa 5.700 posti disponibili per
le donne nei rifugi a livello nazionale, ma al momento ne conta
solamente 500.
"Il messaggio che arriva alle vittime è: stai a
casa, perché se te ne vai non c'è nulla, o molto poco, che possa
aiutarti", afferma Emanuela Donato, che lavora per "SOS Donna H24", il
servizio di assistenza 24 ore al giorno per le vittime di violenza
domestica.
Secondo uno studio realizzato da Eures, un'agenzia
dell'Unione europea che controlla gli affari sociali, tra il 2000 e il
2012 sono state 2.200 le donne assassinate in Italia. In media si tratta
circa di un omicidio ogni due giorni. Di queste il 75 per cento è stato
ucciso dal partner o dall'ex partner. Le Nazioni Unite riportano
inoltre, che il 90% delle donne italiane stuprate o che hanno subito
abusi, non si è rivolta alla polizia.
di Michela Marzano
in “la Repubblica” del 13 agosto 2013
Il corpodi Lucia Bellucci è stato trovato chiuso nell’auto dell’ex fidanzato. L’ennesimo cadavere. L’ennesimo femminicidio.
Un’ennesima tragedia che — come si dice sempre dopo — forse si poteva
evitare. Dopo, sì. Se Lucia avesse denunciato l’ex compagno. Se la sua
denuncia per stalking fosse stata ascoltata davvero. Se, soprattutto, le
vittime fossero realmente protette. Ma le loro storie, così diverse,
hanno spesso una solitudine in comune. Cristina Biagi, uccisa a Massa
dall’ex marito il 28 luglio scorso, aveva sporto denuncia per stalking.
Esattamente come Erika Ciurlo, assassinata a Taurisano il 29 luglio.
L’aveva fatto anche Tiziana Rizzi, accoltellata in provincia di Pavia
l’8 luglio e Marta Forlan, uccisa con diversi colpi di arma da fuoco in
provincia di Cuneo. Sono donne e ragazze che, anche dopo aver denunciato
i propri mariti, compagni, amanti ed ex, continuano a morire non solo a
causa della gelosia, della smania di possesso e della violenza
insopportabile degli uomini, ma anche per colpa della mentalità e
dell’inefficienza di un paese che non riesce ancora a trovare un modo
per ascoltarle, aiutarle e proteggerle. Ormai è quasi ogni due giorni
che, in Italia, si registra un femminicidio: sono 78 dall’inizio
dell’anno. Nonostante le denunce. Nonostante la legge contro lo stalking
in vigore dal 2009 e tutte le altre misure recentemente adottate.
Certo, l’8 agosto, il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che
riguarda proprio la lotta contro la violenza nei confronti delle donne.
Certo, questo nuovo decreto, che la Presidente della Camera ha
annunciato di voler incardinare in Aula tra il 19 e il 20 agosto,
prevede querele irrevocabili nei confronti degli uomini violenti,
arresti obbligatori per maltrattamento e stalking, molteplici aggravanti
nei confronti dei coniugi e compagni, processi più rapidi verso i
presunti colpevoli. Ma si può anche solo immaginare che la repressione
possa permettere di risolvere questa piaga contemporanea? Non è solo con
un decreto che si possono proteggere veramente le vittime della
violenza maschile e prevenire tragedie come quelle cui si sta assistendo
impotenti da ormai troppo tempo.
Il dramma delle violenze contro le donne è sintomatico di una società
che ha ormai perso tutta una serie di parametri di riferimento. Non è
solo una questione di ignoranza e di non-rispetto delle regole della
civiltà. È anche e soprattutto un problema di immaturità e di
narcisismo. Sono troppi coloro che, insicuri e forse bisognosi di
affetto, considerano come un proprio diritto impossessarsi dell’altro e
di trasformarlo in un oggetto. Sono troppi coloro che, respinti e
allontanati, vivono il rigetto con rancore e risentimento, come se il
semplice “no” di una donna li svuotasse di senso. Ecco perché non si
tratta di un problema solo legato al tradizionalismo maschilista del
passato, ma anche alla fragilità identitaria dell’uomo contemporaneo. Al
giorno d’oggi, gli uomini violenti appartengono a qualunque classe
sociale e ceto, e alcuni sono anche celebri professionisti. Non conta né
il rango sociale, né la situazione economica. Conta la loro incapacità
di sopportare la perdita, come se il semplice fatto di perdere la
propria donna significasse una perdita d’identità. Il dramma della
violenza non lo si può solo combattere con il rigore delle leggi — anche
se le denunce per stalking dovrebbero implicare una reale protezione
delle vittime, impedendo per esempio il contatto con gli uomini che le
hanno minacciate. Non ci si può solo limitare ad annunciare pene più
severe, perché nonostante il carattere dissuasivo delle pene non è mai
la legge che ha potuto impedire l’esistenza di crimini e delitti. Per
contrastare le violenze contro le donne, c’è bisogno di ripensare anche
le relazioni umane.
La violenza non la si può eliminare del tutto. Ma la si può e la si deve
contenere. E per farlo, la chiave è e sarà sempre l’educazione. Per far
capire a tutti e tutte, fin da piccoli, che il proprio valore è
intrinseco e non strumentale; che ogni persona, a differenza delle cose
che hanno un prezzo, non ha mai un prezzo ma una dignità; che la dignità
non dipende da quello che gli altri pensano di noi, da quello che gli
altri ci dicono o meno, da quello che gli altri ci fanno. Non si può
combattere la violenza se non si educano le donne alla consapevolezza
del proprio valore e della propria libertà. Esattamente come non si può
combattere la violenza se non si educano gli uomini alla consapevolezza
del valore e della libertà altrui.